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Sinodi e concili

Il primo periodo della Storia del Cristianesimo è pieno della vita nuova di questa Chiesa che sta nascendo. Sinodi e concili ne sono testimonianza


Scismi ed eresie

Neppure due mesi dopo la pax costantiniana, la crisi, che travagliava la chiesa africana, a causa della contestata elezione di Ceciliano a vescovo di Cartagine, spinge i suoi oppositori, seguaci di Donato -negavano la validità dei sacramenti dei sacerdoti della Numidia che si erano resi indegni per aver consegnato (traditores) i libri della Sacra Scrittura ai funzionari pagani- ad appellarsi all'imperatore.

Si chiese allora a Costantino di affidare la contesa al giudizio di un tribunale imparziale, indicato dagli stessi Donatisti nei vescovi della Gallia. Costantino preferì inizialmente delegare l'esame del caso al vescovo di Roma, Milziade (310-314). Questi, un africano, riunì un sinodo -concilio romano- nei giorni 2-5 ottobre di quello stesso anno, dove fu emessa una sentenza a favore di Ceciliano. I donatisti, insoddisfatti del modo in cui il giudizio si era svolto, sollevarono eccezioni procedurali presso Costantino che, condividendo l'idea di un riesame, di sua iniziativa convocò ad Arles per il 1 agosto 314, vescovi dei territori dell'impero da lui controllati. Vi parteciparono 46 vescovi e papa Silvestro I (314-335) si fece rappresentare da quattro legati, inaugurando così la prassi che sarà abitualmente seguita dai vescovi di Roma per i concili antichi.

Di portata ben più grave, le eresie che, sin dall'età apostolica, insidiarono la Chiesa. Già a partire dal III secolo la Chiesa aveva escluso dalla comunione chi, per difendere l'unità di Dio, cioè la fede in un Dio solo e unico (monarchiam te­ne­mus, da qui l'appellativo di monarchiani), aveva negato la Trinità delle persone (modalisti o sabelliani) e la divinità del Cristo (subordinazionisti): due sistemi condannati da papa Zeffirino (200-217), ma che tornarono a serpeggiare in Oriente sulla fine del sec. III. Scopo del monarchismo, salvaguardare l’unità di Dio contro il politeismo pagano e il dualismo di certe sette. Per difendere il principio unico (monè arché, monarchia di Dio Padre) ridussero la distinzione fra il Padre e il Figlio a due modalità (Sabellio) di una sola e stessa persona: il Padre e il Figlio (Hyio-Pater). Il Figlio diventa così Dio Padre nell’economia della Redenzione; ne conseguiva che il Padre aveva sofferto sulla croce.

Sono queste le idee diffuse da Sabellio nella Pentapoli, la regione africana dove era nato Ario. Una variante della dottrina di Sabellio fu quella sostenuta da Paolo di Samosata, divenuto vescovo di Antiochia, grazie ai favori della regina Zenobia. Sosteneva che il Figlio è la potenza del Padre, ma senza personalità propria. La virtù e la saggezza del Padre abitò in modo particolare in Gesù figlio di Maria, il quale era un semplice uomo. Paolo fu condannato dal sinodo di Antiochia (268).

Con la pace co­stantiniana questi conflitti rie­splosero dram­mati­camente anche perché, affermata la fede in Cristo -persona divina e con­tempora­neamente distinta dal Padre- rimaneva da chiarire il rap­porto fra la divi­nità del Figlio e quella del Padre.

Nella Chiesa romana, dove il papa -l'autorità uf­ficiale- rivendica a sé il potere religioso nella sua pienezza, si riconosceva l'identità di na­tura tra il Padre e il Figlio. In Oriente c'era invece la tendenza a subordi­nare il Figlio al Padre, stanti alcuni passi evangelici (Gv 14,28: "il Padre è più grande di me"; Mt 27,46: "Dio mio, Dio mio perché mi ha abban­donato").

Costantino, restaurata la monar­chia assoluta nel 324 -quando, sconfitto ad Adrianopoli suo cognato Licinio Augusto, il quale aveva ripreso a opprimere i cristiani- intensi­ficò l'opera di cristianizzazione in tutto l'impero assumendo anche la funzione di “vescovo posto da Dio per le questioni esterne” (Eusebio, Vita di Costantino).

Nel fare il suo ingresso solenne a Nicomedia, capitale dell’impero orientale, Costantino apprese della discordia provocata da Ario, prete della chiesa di Alessandria. L’imperatore, che nel 313 aveva de­cretato la libertà del culto cristiano, intendeva anche svolgere il ruolo di protettore della Chiesa, per cui, d'accordo con i vescovi, decise di intervenire sulla questione sollevata da Ario, no­nostante che si trattava di un pro­blema di carattere teologico. Suo scopo era infatti quello di ga­ran­tirsi l'ordine e la governabilità dell'im­pero.

Si era nel 325 ed era papa s. Silvestro I (314-337). Costantino, che aveva fatto del cristianesimo il fondamento della sua nuova politica religiosa, convocò allora un Concilio a Nicea. Così, da una parte la volontà di Costantino di difendere l'unità della chiesa, minata dall’eresia di Ario e, dall’altra, la necessità di regolare in modo unitario importanti punti controversi circa la dottrina, la disciplina e il culto spinsero l'imperatore a convocare un sinodo imperiale generale di cui si avvantaggia­rono l'ecumenicità della Chiesa e la legislazione ecclesiastica.

L’istituto dei sinodi

La Chiesa da tempo conosceva l'istituto del sinodo, uno degli aspetti caratteristici della sua struttura organizzativa che comporta la riunione dei vescovi di tutte le chiese in un’unica assemblea (sinodi provinciali, se si radunano i vescovi di una determinata provincia; concili ecumenici, se si riuniscono i vescovi della cattolicità ).

I primi sinodi, di cui si ha memoria, sono quelli riferiti da Eusebio di Cesarea, nella Storia ecclesiastica. Il primo si celebrò tra il 172 e il 180 in Asia minore a seguito delle controversie Montaniste, un movi­mento cari­smatico rigori­sta che pretendeva una completa fuga dal mondo. I seguaci vennero scomunicati dall'assemblea dei vescovi che agirono in quanto successori degli apostoli. Mentre a Roma, nel 197, un sinodo presieduto da papa Vittore I (189-199 ca.) esaminò il problema del computo della data della pasqua, prendendo posizione contro la consuetudine delle chiese nell'Asia Minore dove veniva celebrata, senza riguardo al giorno della settimana, sempre il 14 Nisam (Luna XIV), nel giorno stesso della morte del Signore (uso detto quartodecimanismo che commemorava l'opera della redenzione nella sua totalità).

Verso la metà del III secolo il problema della riconciliazione dei lapsi -coloro che avevano apostatato durante la persecuzione di Decio- diede origine ad assemblee e a "lettere sinodali": dei vescovi dell'Africa, attorno a Cipriano (251) che chiama la Chiesa romana "la sede di Pietro e la chiesa principale da cui procede la comunità dei vescovi"; d'Italia, attorno al vescovo di Roma Cornelio; d'E­gitto, attorno a Dionigi d'Alessandria; di Siria, attorno a Fabio d'Antio­chia e quindi a Eleno di Tarso.

L'iniziativa dei sinodi locali, partita dall'Occidente e dall'Africa romana (prima e dopo Cipriano) passò ben presto alle chiese d'Oriente, specie sotto l'im­pulso di Antiochia. In questa città, grazie ai favori della principessa Zenobia, era stato nominato vescovo Paolo di Samosata, una persona indegna e con idee poco ortodosse. Per discuterne il compor­tamento furono riuniti due sinodi celebrati nel 264 e nel 268 e ai quali parteciparono numerosi vescovi. Il secondo sinodo, con 80 partecipanti, emanò una sentenza di scomunica e di deposizione; dopo di che i ve­scovi scrissero lettere sinodali con le quali spiegarono perché erano stati costretti a "scomunicare questo nemico di Dio".

Le lettere erano dirette ai vescovi di Roma e di Alessandria "i più impor­tanti di tutta la cristianità" e anche "a tutti i comministri nostri di tutta la terra, ve­scovi, preti e diaconi e a tutta la chiesa cattolica che si trova sparsa per la terra abitata (catà tèn oikouménèn)". Si delinea così la prassi di quelli che sarebbero stati i concili successivi. Le loro sentenze dovevano avere effetto universale, per questo dovevano es­serne informate le chiese direttamente interessate, le chiese maggiori (Roma e Alessandria), fino a tutte le altre chiese, sparse per il mondo, appunto la Chiesa cattolica che è sotto il cielo. Da allora l'oikouméne indicò il mondo evangelizzato, confuso poi con l'Impero, divenuto cri­stiano.

A differenza di precedenti concili, celebrati in Occidente, come quelli di Elvira e di Arles, che avevano legi­ferato in ambito locale, con Nicea inizia un nuovo tipo di normativa estensi­bile all'oikoumene. Nicea è un concilio ecumenico, in quanto espres­sione della comunità visi­bile della Chiesa tutta, nel duplice significato dell'universalismo del­l'Impero Romano e dell'universalità della Chiesa, ancorché dei partecipanti appena cinque fossero occidentali.

Nella Vita di Costantino, Eusebio di Cesarea accentua il peso avuto dal­l'imperatore nella convocazione urgente e universale di tutti i ve­scovi "da ogni parte della terra" al concilio ecumenico di Nicea, con lettere piene di deferenza, "of­frendo ad alcuni la possibilità di servirsi della posta pubblica, mentre ad altri furono messe a dispo­sizione bestie da soma in grande quantità" (2, 28). Rufino di Concordia precisa tuttavia che Costantino, il quale "prendeva a cuore con premurosa sol­lecitudine ogni nostra causa", aveva agito dietro suggerimento dei vescovi (I, 1).

Modello politico del concilio furono le diete provinciali del­l'Asia mi­nore (coinòn, conventus) e per la convocazione dei padri conciliari fu presa in conside­razione la ripartizione amministrativa e civile ordinata da Diocleziano nel 297 il quale aveva suddiviso l'impero in varie pro­vince; il che fu determinante per la successiva costituzione delle pro­vince ecclesiastiche. Una serie di circostanze -dalla sopravvivenza dell'im­pero di Oriente allo stato em­brionale della maggior parte delle chiese di Occidente, fino alla neces­sità di do­mare l'insorgere di dottrine eretiche nella chiesa di Bisanzio- fe­cero sì che, fino al secolo IX, anche i successivi concili ecume­nici si celebrassero in Oriente, in tutti otto: Nicea (325), Costantinopoli (381), Efeso (431), Calcedonia (451), II di Costantinopoli (553), III di Costantinopoli (680), II di Nicea (787), IV di Costantinopoli (870). Tutti e otto furono convocati dall'autorità imperiale e celebrati sotto la sua ombra: gli im­peratori ritenevano infatti di avere il diritto di convocazione. Il ruolo degli imperatori fu decisamente im­portante nel facilitare la riunione dei vescovi: lo fecero rimuovendo ostacoli di ordine giuridico (in quanto la legge proibiva siffatte riu­nioni), di ordine materiale (in quanto misero a disposizione i mezzi di trasporto, vigilarono sulla sicurezza dei prelati, assicurarono loro vitto ed alloggio) e di ordine morale (dinanzi all'insor­gere di tante eresie, il papa aveva bisogno degli imperatori per far conoscere la sua volontà).

Se a convocare materialmente i vescovi furono gli imperatori, ciò comun­que avvenne in sintonia con Roma e gli altri patriarcati sui quali il vescovo di Roma esercitava un primato se non di giurisdizione, di certo d'onore, come chia­ramente emerge dal Concilio di Costantinopoli I (381), II ecumenico, dove, al can. III, si dice che "il vescovo di Costantinopoli avrà il primato d'onore dopo il ve­scovo di Roma, perché tale città è la nuova Roma". Il tentativo del patriarca di Costantinopoli, durante il concilio di Calcedonia, nel 451, di ottenere sull'insieme della chiese di Oriente un primato analogo a quello di Roma sulle chiese oc­ciden­tali -e ciò in virtù del primato politico della capitale dell'impero "nuova Roma"- fu condannato senza appello da papa S. Leone e il 28 canone fu sempre respinto dalla Chiesa romana (voto sui privilegi della Sede di Costantinopoli). Il primato di Pietro è infatti legato a Roma non in quanto "città imperiale", ma come sede di Pietro. La petrinità della sede e del vescovo di Roma appare già chiara nel III se­colo, con s. Cipriano quando, a proposito della successione di papa Cornelio al de­funto Fabiano (+252), scrive: "factus est autem Cornelius episcopus ... cum Fabiani locus id est cum locus Petri et gradus cathedrae sacerdota­lis vacaret". Dove locus ha il significato di posto, cioè di ufficio di vescovo. In un altro passo Cipriano definisce il ricorso a Cornelio degli scismatici di Cartagine, come rivolto ad Petri cathedram. Alla sede del vescovo di Roma viene dunque riconosciuta la stessa autorità di Pietro, di colui cioè che ha il potere di legare e di sciogliere (Mt. 16, 19). E allo stesso Concilio di Calcedonia la concezione che Pietro vive ed opera nella Sede romana, trovò una sua espressione nell'acclamazione della se­conda sessione: Flaviano, patriarca di Costantinopoli, scrivendo a papa Leone, di­chiarò di appel­larsi al "trono della sede apostolica del principe degli apostoli Pietro" e quando, il 10 ottobre, fu recepito ai padri conciliari il Tomo (libellum, documento), che papa Leone aveva inviato al patriarca di Costantinopoli, l'assem­blea acclamò: “Pietro ha parlato per Leone". In altre parole i Padri di Calcedonia diedero a Pietro una voce che era quella del papa Leone il quale parlava nel nome e con l'autorità di Pietro.

Ne consegue che la prerogativa dell'investimento e quindi della convocazione for­male di un concilio viene dal papa, indipendentemente da tutti gli altri poteri civili e religiosi, in virtù della stessa pienezza di giurisdizione che gli deriva da Cristo, in quanto successore di Pietro. Solo il sovrano pontefice possiede un'autorità universale; a lui spetta sia la convocazione a concilio di tutti coloro che per diritto o per privilegio ne hanno ti­tolo, sia la conferma o meno delle decisioni ivi prese.

La conferma papale non è un atto di sottomissione alle disposi­zioni legislative prese dall'assemblea conciliare, ma è un atto di auto­rità giuridica che deriva dal potere pontificale e dà ai decreti conciliari il valore di decisione sovrana e universale. Questa nozione è già pre­sente in papa Gelasio I (492-496) che, a proposito dei decreti conciliari, scrive ai ve­scovi della Dardania: "Sicut id quod prima sedes non proba­verat, constare non potuit, sic quod illa censuit judicandum, Ecclesia tota suscepit" (Ep. XXVI). Mentre la conferma degli imperatori aveva il solo scopo di confe­rire forza di legge per l'intero territorio dello Stato, prestando così il braccio secolare per la loro applicazione.

Rispetto al passato il concilio ecumenico costituisce un salto di qualità: riguarda infatti non i problemi di crescita di alcune chiese locali, ma la Chiesa univer­sale l'oikouméne. L'istituzione conciliare, in quanto espressione della Chiesa universale, è rap­presentata dai vescovi, successori degli apostoli e deposi­tari della tra­dizione apostolica. Bisogno fondamentale della Chiesa è quello di man­tenere il depositum fidei, la tradizione apostolica orale e scritta. Depositaria della tradizione apostolica è l'unanimità del corpo episcopale sparso catà tèn oikouménèn, da qui l'appellativo di ecumenico dato a una siffatta assemblea. Per cui il concilio ecumenico di­viene il luogo privilegiato dove si può e si deve realizzare questa unanimità in una ecclesiologia di comunione, senza ecludere nessuna delle grandi chiese locali il cui insieme organico forma la Chiesa universale.

Ogni concilio si concludeva con "professioni di fede" (dogmata, sym­bola; oroi), ispirate dal vitale bisogno di rendere conto della fede orto­dossa insidiata dalle correnti eretiche. Agli oroi si aggiungevano i cano­nes, statuizioni disciplinari per la vita interna della comunità.

Le decisioni canoniche dei concili particolari furono ordinate in apposite raccolte per renderne più agevole l'uso. Le più importanti raccolte di canoni, compilate ad uso pubblico, sono: nella chiesa greca la Synagoghé chanonon di Giovanni Scolastico presbitero in Antiochia (+577); nella Chiesa latina, il Codex canonum ecclesiae Africanae del sinodo di Cartagine del 419; la Dionysiana collectio (una raccolta di canoni sinodali e decreti papali dal 384 al 498 del monaco scita Dionigi il Piccolo, chiamato a Roma da papa Gelasio I, (492-496), riunite nel Corpus codicis canonum (PL 67).

Inizialmente i termini Sinodo e Concilio furono usati come sino­nimi nel­l'accezione di assemblea regolare di vescovi, riuniti per delibe­rare e dare un giu­dizio su materia ecclesiastica. Ma già s. Agostino di­stingue tre generi di sinodi ec­clesiastici: generale, regionale e provin­ciale. Il primo è universale, riguarda cioè tutta la chiesa; gli altri due sono particolari. Il concilio regionale detto anche ple­nario, abbracciava più province; mentre il concilio provinciale rappresentava la più pic­cola forma di concili parziali. A partire dal V secolo assunsero un ruolo importante i sinodi en­demici di Costantinopoli, cioè l'assemblea dei vescovi che, al momento della celebrazione, si trovavano a dimorare nella capitale e venivano convocati sotto la presidenza del patriarca di Costantinopoli per discu­tere le varie questioni e controversie loro proposte. In seguito alcuni vescovi furono incaricati di dimorare, per un certo tempo, nella capitale con funzione di consiglieri del pa­triarca.

Nei primi concili ecumenici ci si occupò essenzialmente di problemi dogmatici e della loro definizione teologica. Privilegiati sono i primi quattro concili, in quanto definiscono la fede e hanno per oggetto i dogmi fondamentali della Trinità (con Nicea e il Costantinopolitano I) e dell'Incarnazione (con Efeso e Calcedonia).