Celestino V (1294-1294)

 

STORIA DELLA CHIESA

I PONTEFICI

 

Pietro Angeleri (o Angelerio) e detto Pietro da Morrone. Di origini contadine, penultimo di dodici figli, nacque nel 1215 (tra 1209 e 1215, la fonte più accreditata è tratta dalla "vita C" che racconta che aveva 87 anni al momento della morte avvenuta il 19 maggio 1296) nel Molise. La sua nascita è rivendicata da due comuni: Isernia e Sant'Angelo Limosano. Recentemente anche Sant'Angelo in Grotte, frazione di Santa Maria del Molise ne ha rivendicato i natali "... in un castello di nome Sancto Angelo". Altre fonti fanno risalire la sua nascita addirittura all'anno 1209.

Da giovane, per un breve periodo, ebbe a soggiornare presso il monastero benedettino di Santa Maria in Faifoli, Chiesa abbaziale che, tra le dodici arcidiocesi di Benevento, era una delle più importanti. Mostrò una straordinaria predisposizione all'ascetismo e alla solitudine, ritirandosi nel 1239 in una caverna isolata sul Monte Morrone, sopra Sulmona, da cui il suo nome.

Qualche anno dopo si trasferì a Roma, presumibilmente presso il Laterano, ove studiò fino a prendere i voti sacerdotali. Lasciata Roma, nel 1241, ritornò sul monte Morrone, in un'altra grotta, presso la piccola chiesa di Santa Maria di Segezzano. Cinque anni dopo abbandonò anche questa grotta per rifugiarsi in un luogo ancora più inaccessibile sui monti della Maiella, negli Abruzzi, dove visse nella maniera più semplice che gli fosse possibile.

Si allontanò temporaneamente dal suo eremitaggio di Morrone nel 1244 per costituire una Congregazione ecclesiastica riconosciuta da papa Gregorio X come ramo dei benedettini, denominata "dei frati di Pietro da Morrone" , che ebbe la sua povera culla nell' Eremo di Sant'Onofrio al Morrone il rifugio preferito di Pietro, e che soltanto in seguito avrebbe preso il nome di Celestini.

Nell'inverno del 1273 si recò a piedi in Francia, a Lione, ove stavano per iniziare i lavori del Concilio di Lione II, per impedire che l'ordine monastico da lui stesso fondato fosse soppresso. La missione ebbe successo poiché grande era la fama di santità che accompagnava il monaco eremita.

I successivi vent'anni videro la radicalizzazione della sua vocazione ascetica e il suo distaccarsi sempre più da tutti i contatti con il mondo esterno, fino a quando non fu convinto che stesse sul punto di lasciare la vita terrena per ritornare a Dio. Ma un fatto del tutto inaspettato stava per accadere.

 

Il conclave

Papa Niccolò IV morì il 4 aprile 1292; nello stesso mese si riunì il conclave, che in quel momento era composto da soli dodici porporati:

Numerose furono le riunioni e sempre tenute in sedi diverse: a Santa Maria sopra Minerva, a Santa Maria Maggiore e sull'Aventino. Nonostante ciò, il Sacro Collegio non riusciva a far convergere i voti necessari su nessun candidato.

Sopravvenne un'epidemia di peste che indusse il Conclave allo scioglimento. Nel corso dell'epidemia il cardinal Cholet, francese, fu colpito dal morbo e ne rimase vittima, per cui il Collegio Cardinalizio si ridusse a 11 componenti.

Passò più di un anno prima che il Conclave potesse nuovamente riunirsi, perché un profondo disaccordo s'era fatto sulla sede (Roma o Rieti). Finalmente si riuscì a trovare una soluzione condivisa stabilendone lo svolgimento nella città di Perugia. Era il 18 ottobre 1293.

I porporati però, nonostante le laboriose trattative, non riuscivano ad eleggere il nuovo Papa, soprattutto per la frattura che si era creata tra i sostenitori dei Colonna e gli altri cardinali. I mesi si susseguivano inutilmente e il permanere della sede vacante aumentava il malcontento popolare che si manifestava attraverso disordini e proteste, anche negli stessi ambienti ecclesiastici.

Si giunse così, alla fine del mese di marzo del 1294, quando i Cardinali dovettero registrare un evento che, probabilmente, contribuì, forse in maniera determinante, ad avviare a conclusione i lavori del Conclave.

Erano in corso, in quel momento, le trattative tra Carlo II d'Angiò, Re di Napoli e Giacomo II, Re d'Aragona, per sistemare le vicende legate all'occupazione aragonese della Sicilia, avvenuta all'indomani dei cosiddetti "vespri siciliani", del 31 marzo 1282.

Poiché si stava per giungere alla stipula di un trattato, Carlo d'Angiò aveva necessità dell'avallo pontificio. La qual cosa era impossibile, stante la situazione di stallo dei lavori del Conclave.

Spinto da questa esigenza, il re di Napoli si recò, insieme al figlio Carlo Martello, a Perugia dove era riunito il Conclave, con lo scopo di sollecitare l'elezione del nuovo Pontefice. Il suo ingresso nella sala dove era riunito il Sacro Collegio provocò la riprovazione di tutti i cardinali e il re fu cacciato fuori soprattutto per l'intervento del cardinale Benedetto Caetani. Questa vicenda, con molta probabilità, indusse i cardinali a prendere coscienza del fatto che si rendeva necessario chiudere al più presto la sede vacante.

Nel frattempo, Pietro del Morrone predisse alla chiesa "gravi castighi" se questa non avesse provveduto subito a scegliere subito il proprio pastore. La profezia fu inviata al Cardinale Decano Latino Malabranca, il quale la presentò all'attenzione degli altri cardinali, e propose la persona del monaco come Pontefice; figura ascetica, mistica e religiosissima, del quale si diceva un gran bene da parte di tutti.

Il Cardinale Decano però, dovette adoperarsi molto per rimuovere le numerose resistenze che il Sacro Collegio aveva sulla persona di un non porporato. Alla fine, dopo ben 27 mesi, emerse dal Conclave all'unanimità, il nome di Pietro Angeleri. Era il 5 luglio 1294.

Occorre chiedersi le ragioni che avevano indotto il Sacro Collegio ad eleggere Papa un semplice frate eremita, completamente privo di esperienza e totalmente estraneo alle problematiche della Santa Sede. Per di più, vi è da chiedersi le ragioni di un'elezione avvenuta a voti unanimi.

L'ipotesi più attendibile che si può avanzare è quella di un tacito accordo fra tutti i prelati al fine di rinviare nel tempo la nomina di un Papa vero e nel contempo tacitare l'opinione pubblica e le monarchie più potenti d'Europa, vista l'impossibilità di eleggere un porporato.

Probabilmente, però, i cardinali pervennero a questa soluzione pensando anche di poter gestire, ciascuno a modo suo, la totale inesperienza del frate eremita, al fine di trarne vantaggi più o meno cospicui. Del resto, la presenza nel Collegio di prelati come il Caetani e il Malabranca, molto scaltri, smaliziati ed esperti di intrighi curiali, autorizza a tanto supporre, e la successiva condotta del Caetani lo conferma.

La notizia dell'elezione gli fu recata da tre vescovi, nella grotta sui monti della Maiella, dove il frate risiedeva. Sorpreso dall'inaspettata notizia, il frate, forse anche intimorito dalla potenza della carica, inizialmente oppose un netto rifiuto che, successivamente, si trasformò in un'accettazione alquanto riluttante, avanzata certamente soltanto per dovere di obbedienza.

Appena diffusa la notizia dell'elezione del nuovo Pontefice, Carlo d'Angiò si mosse immediatamente da Napoli e fu il primo a raggiungere il frate. In sella ad un asino tenuto per le briglie dallo stesso Re, Pietro si recò nella città di Aquila (oggi L'Aquila), dove aveva convocato tutto il Sacro Collegio. Qui, nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio, fu incoronato il 29 agosto 1294 con il nome di Celestino V.

Uno dei primi atti ufficiali fu l'emissione della cosiddetta Bolla del Perdono, bolla che elargisce l'indulgenza plenaria a tutti coloro che confessati e pentiti dei propri peccati si rechino nella basilica di Santa Maria di Collemaggio della città di L'Aquila dai vespri del 28 agosto al tramonto del 29. Fu così istituita la Perdonanza, celebrazione religiosa ancora oggi tenuta nel capoluogo abruzzese.

In pratica Celestino V istituì a Collemaggio un prototipo del Giubileo, successivamente copiato dal successore.

Il nuovo Pontefice si affidò, incondizionatamente, nelle mani di Carlo d'Angiò, nominandolo "maresciallo" del futuro Conclave. Ratificò immediatamente il trattato tra Carlo d'Angiò e Giacomo d'Aragona, mediante il quale fu stabilito che, alla morte di quest'ultimo, la Sicilia sarebbe ritornata agli angioini.

Il 18 settembre 1294 indisse il suo primo e unico Concistoro, nel quale nominò ben 13 nuovi cardinali, di cui nessuno romano.

Dietro consiglio di Carlo d'Angiò, trasferì la sede della Curia da Aquila a Napoli fissando la sua residenza in Castel Nuovo, dove fu allestita una piccola stanza, arredata in modo molto semplice e dove egli si ritirava spesso a pregare e a meditare.

Probabilmente, nel corso delle sue frequenti meditazioni, dovette pervenire, poco a poco, alla decisione di abbandonare il suo incarico. In ciò sostenuto forse anche dal parere del cardinal Caetani, esperto di diritto canonico, il quale riteneva pienamente legittima una rinuncia al pontificato.

Circa quattro mesi dopo la sua incoronazione, nonostante i numerosi tentativi per dissuaderlo, avanzati da Carlo d'Angiò, il 13 dicembre 1294, Celestino V, nel corso di un Concistoro, diede lettura di una bolla, appositamente preparata per l'occasione, nella quale si contemplava la possibilità di una abdicazione del Pontefice per gravi motivi. Dopo di che recitò la formula della rinuncia al Soglio Pontificio.

  « Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe [di questa plebe], al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all'onere e all'onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore, la Chiesa Universale. »
 
(Celestino V - Bolla pontificia, Napoli, 13 dicembre 1294)

La storia ha chiarito poi, che la bolla pontificia contenente tutte le giustificazioni per una abdicazione del Papa, era stata compilata "ad hoc" proprio dal cardinal Caetani, il quale intravedeva in questa vicenda la possibilità di ascendere egli stesso al soglio pontificio con notevole anticipo sui tempi che egli aveva preventivato al momento in cui aveva aderito all'elezione di Pietro da Morrone.

Undici giorni dopo le sue dimissioni, il Conclave, riunito a Napoli in Castel Nuovo, elesse il nuovo Papa nella persona del cardinal Benedetto Caetani, laziale di Anagni. Aveva 59 anni, circa, e assunse il nome di Bonifacio VIII.

Caetani, che era stato l'artefice delle dimissioni di Celestino V, temendo uno scisma da parte dei cardinali filo-francesi a lui contrari mediante la rimessa in trono di Celestino V, diede disposizioni affinché l'anziano frate fosse messo sotto controllo temendone un rapimento da parte dei suoi nemici. Questi, venuto a conoscenza della decisione del nuovo Papa, tentò una fuga verso oriente, ma il 16 maggio 1295 fu catturato presso Santa Maria di Merino da Guglielmo l'Estendard, Connestabile del Regno di Napoli.

Pietro da Morrone fu rinchiuso nella rocca di Fumone, in Ciociaria, dove morì il 19 maggio 1296: la versione ufficiale sostiene che sia morto dopo aver recitato, stanchissimo, l'ultima messa, ma una versione più probabile sostenuta da un'analisi della salma svoltasi nel 1888 rivela che in realtà fu ucciso tramite il conficcamento di un chiodo nel cranio.

Pochi anni dopo, il 5 maggio 1313 fu canonizzato da papa Clemente V, a seguito di sollecitazione da parte del re di Francia Filippo IV Capeto, detto "il bello".

Nel 1327 le sue spoglie furono traslate nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, presso L'Aquila; nella chiesa, cioè, dove era stato incoronato Papa.

Il 18 aprile 1988 la salma di Celestino V fu rubata. Due giorni dopo, venne ritrovata nel cimitero di Rocca Passa, nel comune di Amatrice. Non si sono mai scoperti i mandanti, gli esecutori o i motivi.

Controversi sono i pareri sulle dimissioni di Celestino V. Se si dà credito ad una interpretazione molto popolare, ma contestata dai critici moderni e contemporanei, Dante Alighieri è quello che, forse, si espresse nella maniera più critica nei suoi confronti. Secondo questa ipotesi, infatti, il personaggio nel III Canto dell'Inferno di cui si dice che:

« Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
 

vidi e conobbi l'ombra di colui
 

che fece per viltade il gran rifiuto. »

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inf. III, 59/60

sarebbe proprio Celestino V; ma occorre precisare che per Dante il concetto di viltà era riposto in tutt'altra categoria di personaggi. Tuttavia, vi sono diverse interpretazioni della frase dantesca (ad es. Esaù e Ponzio Pilato).
Francesco Petrarca, invece, diede di questo gesto una interpretazione diametralmente opposta, ritenendo che una persona come l'Angeleri, dotata di alta spiritualità, non avrebbe mai potuto attendere ai doveri papali se quei doveri, come succedeva a quei tempi, andavano a prevalere sui principi morali. In altri termini, Celestino V, uomo di alti principi morali, non tollerava che la Chiesa nel corso della gestione temporale potesse fare compromessi. Forse la semplice verità non offuscata da visioni parziali moderne è che la persona di Pietro da Morrone non aveva le caratteristiche adatte a svolgere il ruolo di Pontefice del suo tempo, perché in realtà era persona prettamente spirituale quasi un eremita che contro la sua volontà si trovò a svolgere un ruolo che non era adatto a svolgere e che gli fu dato perché non si era trovato l'accordo in un Conclave estremamente piccolo. Secondo altri, invece, l'ingenuità di Celestino era solo una maschera.
Ancora oggi, la storiografia ufficiale fornisce pareri controversi sul gesto di Celestino V.

Clemente IV, asse­condando il desiderio di Filippo il Bello lo proclamerà santo nel 1313