Questo è il tuo spazio puoi scrivere ciò che vuoi e poi ritrovarlo al ritorno su questo sito

testimonianze cristiane, storia della chiesa cattolica, teologia, esegesi, aborto, famiglia, battaglia per la vita

Ecumenismo

La parola ecumenismo (oikoumene da oikos:casa) significa casa, la terra emersa che poté diventare la casa degli uomini, se non fosse emersa la terra dalle acque non ci sarebbe stata casa per gli uomini. È la casa comune degli uomini. Si chiama ecumenismo il movimento che ha per scopo la riconciliazione visibile dei cristiani. Scopo dell'ecumenismo è quello di ricostruire l'unità visibile dei cristiani in conformità al volere di Cristo: "Perchè tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me io in Te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perchè il mondo non creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perchè siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perchè siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me" (Gv 17,21-23). Con il termine ecumenismo intendiamo gli sforzi per l'unità della cristianità. Non è raro trovare alcuni autori usare questo termine anche per il dialogo con le altre religioni, ma per ecumenismo si intende soprattutto il dialogo tra i cristiani.

Il movimento ecumenico è nato lontano dalla Chiesa Cattolica, è nato sulla questione missionaria, questa esigenza è quindi stata avvertita soprattutto negli ambienti missionari, la domanda che è venuta fuori in queste missioni è "come andare ad annunciare il vangelo a popoli lontani presentandosi divisi?". Il campo missionario è stato quindi all'inizio di questo movimento anche se non vi ha partecipato inizialmente nessun cattolico e nessun ortodosso.

La questione ecumenica è attuale, nell'agenda della Chiesa Cattolica e del papa Benedetto XVI occupa un posto principale. Ma sino al Concilio Vaticano II la posizione era del tutto diversa, infatti per consolidare l'unione della Chiesa cattolica il Concilio di Trento ha scelto il modello del ritorno, il modello esclusivista, che propone come soluzione della divisione solamente il ritorno nella vera Chiesa. Coloro che non corrispondono ai tre vicula bellarminiani i dogmi, i sacramenti e l'autorità del Papa, sono fuori dalla Chiesa e quindi non si può che attendere il loro ritorno nella Chiesa. L'idea, quindi, che le porte sono aperte e c’è l'invito a tornare. Ora, invece, le cose sono un po' cambiate e si cerca un dialogo.

Dal Concilio in poi nella Chiesa cattolica ci sono tante pubblicazioni che riguardano l'ecumenismo, ma pochi lavori sullo sviluppo storico dell'ecumenismo.

Il 16 Giugno 2005 Benedetto XVI afferma “l'impegno della chiesa cattolica nella ricerca dell'unità dei cristiani è irreversibile”, non faceva in questo modo che ribadire quello che i suoi predecessori hanno fatto dal Concilio Vaticano II.

Fino al Concilio Vaticano II la partecipazione della Chiesa Cattolica sembrava impossibile, si considerava infatti l'unica vera Chiesa di Cristo, quindi non c'era modo di riconoscere le altre, l'unico modo di rifare unità era ritornare alla vera Chiesa, chi l'aveva lasciata era chiamato dissidente.

Non mancavano certo precursori di un ecumenismo cattolico, che cercavano di promuovere con difficoltà all'interno della Chiesa l'idea di un atteggiamento nuovo fatto di rispetto e di apertura nei confronti dell'altro cristiano. Ernesti dice, nel suo libro Breve storia dell'ecumenismo, che nella Chiesa Cattolica, dopo che l'ecumenismo era cresciuto dal basso, nel Concilio Vaticano II venne riconosciuto.

Il 10 Novembre 1994 Giovanni Paolo II parlava dei peccati che hanno pregiudicato l'unità voluta da Dio per il suo popolo “Nel corso dei mille anni che si stanno concludendo, ancor più che nel primo millennio, la comunione ecclesiale, « talora non senza colpa di uomini d'entrambe le parti », ha conosciuto dolorose lacerazioni che contraddicono apertamente alla volontà di Cristo e sono di scandalo al mondo”1. Quali sono queste dolorose lacerazioni? Ci sono almeno due elementi essenziali di rottura nella comunione ecclesiale:

  • Lo scisma tra la Chiesa di Roma e di Costantinopoli nell'XI secolo
  • La riforma protestante del XV secolo

Si potrebbero citare altri scismi minori di minore importanza, come lo scisma della Chiesa d'Utrecht, o lo scisma della Chiesa veterocattolica avvenuto dopo il Concilio Vaticano I, ma di certo le due più grandi lacerazioni sono quelle dette sopra.

L'ecumenismo nel Nuovo Testamento

Questo tema oltre che le verità profonde tocca le emozioni, l'unità sta a cuore a tutto il Nuovo Testamento, al punto da costituire l'ultima preghiera di Gesù. Tutti i testi neotestamentari sono disseminati da testi che denunciano il pericolo delle divisioni. Nonostante ciò la Chiesa è passata per una serie di dissidi e divisioni che allo stato attuale divide la Chiesa in tre grandi gruppi: Cattolici, Ortodossi e Protestanti. Tra Ortodossi e Protestanti sono a loro volta divisi al loro interno. Quali sono le ragioni di queste molteplici divisioni? La ragione è quello di essere fedeli a un secondo grande valore oltre l'unità che è la Verità, nessuno si è separato in nome dell'errore, ma è l'amore alla Verità, altro bene essenziale, che vale quanto l'unità. Sempre in nome della Verità si sono fatte le divisioni.

Secondo la sacra Scrittura, l’unità dei cristiani è anzitutto opera di Dio, non dell’uomo. Unità che è stretta conseguenza del monoteismo, i pagani sono divisi perché adorano diversi dei, i cristiani adorando uno stesso Dio sono in lui una cosa sola. E così in Ef 4,4-7 San Paolo dirà: “Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti”. È lo stesso Paolo a descrivere ad identificare i cristiani come corpo di Cristo, così che il male di una parte è il male di tutto il corpo, e il bene di una è parte è il bene di tutto il corpo (1Cor 12), l’unità è quindi fondamentale e questa unità è il primo compito dei ministri. Unità che inizia con il battesimo e viene riconfermata con l’eucarestia, eucarestia che nei primi secoli si tenterà di non dividere, proprio per la concezione che deve esserci l’assemblea tutta.

La storia dell'ecumenismo

Un piccolo viaggio nella storia dell'ecumenismo, dalla'attenzione all'unità delle prime comunità cristiane sino alla rottura con ortodossi, protestanti e anglicani. La formazione del movimento ecumenico, il Concilio Vaticano II e gli sviluppi posteriori con uno sguardo al futuro.

L'unità nelle prime comunità

Tantissime le attenzioni dei primi cristiani sull’unità a cominciare dalla comunità stessa, le divisioni venivano contrastate con forza, basta vedere le comunità di San Paolo e il modo con cui le affrontava. L’eucarestia era sentita veramente in modo comunitario, basti pensare che chi mancava all’eucarestia faceva più che altro un peccato contro la Chiesa più che per se stesso: il suo peccato era quello di non aver permesso all’assemblea di essere al completo. L’unità diverrà unità con il vescovo, così che la Chiesa è tutta stretta intorno al vescovo garante di unità. Ma non ci si ferma qui, l’unità è cercata tra vescovi, al punto che l’elezione di un nuovo vescovo doveva avvenire tramite altri tre vescovi, e che iniziò la prassi dei sinodi che poi più avanti porterà ai concili.

In tutta questa attenzione all’unità, strettamente legata è la verità. Non esiste unità infatti, senza verità. Il problema è che proprio in nome della verità sono avvenuti importanti scismi. Così che le decisioni dei grandi concili hanno si tutelato l’unità del Credo, ma finirono per creare divisioni. Unirono si la Chiesa intorno ad un unico credo, in modo da darle basi molto più solide, ma le chiese monofisite ad esempio non riconobbero il concilio di Calcedonia, che nel 451 affermò la doppia natura, divina e umana di Cristo.

Gli scismi più grandi sono sicuramente quelli citati prima: quello con l’oriente e quello della riforma protestante, da aggiungere a questi due c’è forse la divisione inglese ad opera di Enrico VIII a cui il Papa aveva negato il divorzio da Caterina d’Aragona e così decise la separazione della Chiesa inglese da Roma. Durante il regno di Maria Tudor ci fu un periodo di restaurazione cattolica per poi, con Elisabetta I, lasciare spazio ad una Chiesa di Stato molto vicina al calvinismo.

La rottura con l'Oriente

La rottura con l'Oriente avviene nel 1054 con le rispettive scomuniche tra il cardinale Umberto di Silvacandida, delegato del Papa e il Patriarca Michele Cerulario. Importanti motivi di divisione sono sicuramente il Filioque e il primato papale, o forse ancora di più il fatto che le due parti ormai stentavano a capire i linguaggi l'uno dell'altro. Nel 1274 il Concilio di Lione e il Concilio di Ferrara Firenze del 1438-1439 cercarono di appianare le distanze, ci fu un dialogo teologico al Concilio di Firenze che si concluse con un decreto di unione Laetentur Caeli, decreto che fu votato e adottato, ma che poi rimase lettera morta.

Sino a Leone XIII la soluzione a questa divisione era ferma al ritorno dei dissidenti, in realtà rimarrà tale sino al Concilio Vaticano II, ma cambia ora la metodologia, si insinua questo atteggiamento di conoscersi meglio, di incontrarsi. Momento importante se non decisivo fu il congresso eucaristico di Gerusalemme, 15-20 Maggio 1893. Leone XIII decise immediatamente di approvare l'iniziativa. Si scelse la via dell'unionismo, per cui le differenze dovevano essere rispettate, senza imporre il rito latino. Con Pio X tutto si raffreddò, con Benedetto XV e la fine dell'impero russo si accesero nuove speranze.

Si è soliti datare la rottura al 1054 d.C., anno delle scomuniche reciproche tra il cardinale Umberto di Silvacandida, delegato del Papa e il Patriarca Michele Cerulario. Nel 1439 con il Concilio di Firenze, c'è un tentativo di riappacificazione tra le due Chiese. Prima del 1054 esistevano già divergenze che portarono alla divisione. Si pensava che la crociata potesse essere una via di unione, ma avvenne il contrario, la quarta crociata con l'occupazione di Costantinopoli da parte dei veneziani cancellò per molto tempo ogni speranza di riconciliazione.

C'erano prima di tutto questioni di ordine teologico:

  1. Soprattutto il Filioque, motivo di scandalo per i greci, non si poteva per loro aggiungere qualcosa al simbolo della Chiesa senza esserne di fatto fuori, per i latini invece questa aggiunta era conforme alla tradizione.
  2. Primato del Papa, per i latini si tratta di un primato di giurisdizione diretta, per gli ortodossi si trattava di un primato di onore non impegnativa sul piano giurisdizionale. In Oriente ci si concentrava sull'idea della conciliarità della sinodalità.
  3. Poi altre questioni di meno conto come il pane azzimo, o il purgatorio.

Altri fattori che hanno contribuito alla divisione sono i pregiudizi, le differenze di cultura e di linguaggi che rendeva ormai difficile capirsi.

Tentativi di ricomposizione

Nel 1274 il Concilio di Lione e il Concilio di Ferrara Firenze del 1438-1439 cercarono di appianare le distanze, ci fu un dialogo teologico al Concilio di Firenze che si concluse con un decreto di unione Laetentur Caeli, decreto che fu votato e adottato, ma che poi rimase lettera morta. Fallimento dovuto a circostanze storiche: Caduta di Costantinopoli. La Chiesa Cattolica non ha mai mancato di sottolineare la sua validità. Unitatis Redintegratio contiene numerosi riferimenti al Concilio di Firenze. Questo Concilio aveva favorito comunque l'interesse e la conoscenza per la cultura greca.

Con Leone XIII finisce l'epoca delle crociate. L'ecumenismo in qualche modo inizia a far parte delle preoccupazione del pontefice, anche se la dottrina rimane la stessa, quella di società perfetta, unica vera Chiesa di Cristo, la dottrina del Concilio di Trento. Ma cambia la metodologia, si insinua questo atteggiamento di conoscersi meglio, di incontrarsi.

Sul versante orientale la situazione sembrava favorevole a lanciare aperture, c'è un'emancipazione dal Patriarca di Costantinopoli e una latinizzazione. Per quanto riguarda la Russia non si può non menzionare Vladimir S. Solov’ëv (1853-1900), autore del La Russia e la Chiesa Universale testo che ha fatto rinascere le speranze unioniste, il testo contiene una professione di fede di riconoscimento del primato del successore di Pietro, un ortodosso quindi che riconosce il primato del Papa. Non fu ben ricevuta questa proposta nel mondo ortodosso, tendeva a minimizzare le divergenze dogmatiche con la Chiesa cattolica, e anche le opinioni anti-cattoliche. Nemmeno fu accolto a Roma tanto bene, fu ricevuto anche qui con una certa freddezza, perché in ogni caso rimetteva in gioco il ruolo del Papa che doveva essere ripensato.

L'idea di pace e di unione fu l'idea ispiratrice di tutto il pontificato di Leone XIII e dall'inizio del suo pontificato manifestò il suo grande interesse per le Chiese orientali. La riconciliazione con le chiese orientali era particolarmente a cuore di Leone XIII. Il Papa voleva correggere questa politica di progressiva latinizzazione dell'oriente cristiano. La ragione di questo interesse per il cristianesimo orientale rimane un enigma, non c'è stato nessun contatto nella vita di questo pontefice con l'oriente cristiano.

Momento importante se non decisivo fu il congresso eucaristico di Gerusalemme, 15-20 Maggio 1893. Leone XIII decise immediatamente di approvare l'iniziativa e mandò un legato pontificio per rappresentarlo personalmente, l’arcivescovo di Reims. Questa prima grande manifestazione cattolica in Palestina aveva un obiettivo dichiarato, il ritorno delle Chiese orientali nella piena comunione con la Chiesa cattolica. La partecipazione fu più che soddisfacente, 800 latini migliaia di orientali e un'ottantina di monaci ortodossi. Furono fatte critiche contro la latinizzazione delle chiese orientali. Queste critiche contro questa progressiva latinizzazione furono riprese dal delegato del Papa, e invitava gli orientali a unirsi a noi, e aggiungeva alla fine che la Chiesa non è greca né latina ma cattolica, cioè universale.

Da qui si ha una nuova fase del comportamento di Leone XIII, perchè questo congresso e soprattutto le sue conclusioni convinsero il Papa della necessità di mettere in atto una nuova politica orientale, quella dell'unionismo. Si può parlare di questo congresso come di un appendice orientale del Concilio Vaticano I. Fu all'indomani che Leone XIII emanò due testi importanti: La Lettera Apostolica Praeclara gratulationis, 20 giugno 1894 e il Breve Orientalium Dignitas Ecclesiarum 30 Novembre 1894.

Importante l'idea dell'unione nel rispetto delle differenze. Fu creata la commissione pontificia, per la riconciliazione dei dissidenti, sotto la presidenza del Papa e i patriarchi orientali avevano in questa commissione degli osservatori. Il Patriarca di Costantinopoli vedeva nell'unionismo una forma larvata di proselitismo e la stessa visione era delle Chiese ortodosse. Anche nel mondo cattolico intransigente ci furono reazioni negative, da chi voleva la latinizzazione dell'oriente. La Propaganda fidei criticava molto questa campagna.

Sotto il pontificato di Pio X c'è come un abbandono delle aperture di Leone XIII verso l'oriente. La commissione cardinalizia creata da Leone XIII nel 1895 cessò praticamente ogni attività prima di scomparire completamente. In questo contesto scoppiò il caso della rivista Roma ed Oriente, rivista dei monaci Basiliani di Grottaferrata, questi monaci decisero di lanciare un nuovo periodico per promuovere il tema dell'unione delle Chiese. Appena uscito il primo volume fu subito ritirato dalla circolazione, conteneva un articolo molto audace, un articolo intitolato “considerazioni sulla questione dell'unione delle Chiese”, diceva che la Chiesa doveva entrare in relazione con le Chiese orientali scismatiche, doveva aprire un vero dialogo, e inoltre doveva riconoscere le proprie responsabilità, le proprie colpe nello scisma, e per questo doveva rinunciare a sottomettere la Chiesa greca. Immediatamente l'articolo fu censurato e la rivista fu ritirata. Pio X disse che era difficile accomunare in poche pagine così tanti errori.

Benedetto XV venne eletto poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale. Il fatto politico più importante fu la caduta dell'impero russo con il 1917, che fu identificato in Vaticano come qualcosa di provvidenziale, lo zarismo era a difesa dello scisma ortodosso. Fu in questo contesto politico nuovo che fu presa da Benedetto XV una scelta importante, la creazione di una nuova congregazione, la congregazione per le chiese orientali, 1 Maggio 1917. Fondazione dell'istituto pontificio orientale. Dal 1917 in poi c'è quindi una congregazione per ricomporre lo scisma, congregazione nuova presieduta dal Papa stesso a differenza delle altre che avevano alla testa un cardinale. Le competenze del nuovo organismo riguardavano tutte le chiese orientali di rito non latino, quindi il criterio era il rito. La decisione di creare il nuovo istituto riprendeva il progetto di studi dedicati al cristianesimo orientale. Era anche un istituto per formare i sacerdoti latini che volevano compiere il loro ministero verso gli orientali, non era esclusa la presenza di preti ortodossi. La finalità dell'istituto era quella di formare dei missionari che conoscessero lingue e tradizioni dell'oriente cristiano. La creazione di queste due nuove istituzioni indicava chiaramente qual era l'obiettivo principale della Santa Sede, favorire l'unione con Roma delle Chiese orientali.

La caduta dello zarismo in Russia fu accolta bene in Vaticano, nacque il sogno di riparare lo scisma, di far rientrare la Chiesa Ortodossa nella Chiesa Cattolica. Questa politica russa della Santa Sede sotto Pio XI doveva riguardare una duplice dimensione:

  1. Ricerca di una specie di accordo con il governo sovietico, lo scopo di questa politica era di ottenere da parte del governo sovietico il riconoscimento della libertà di culto. Alla fine non ci sarà alcun accordo.
  2. La dimensione propriamente ecclesiale, l'avvio di una procedura di riavvicinamento e solidarietà con la Chiesa ortodossa russa.
  3. L'obiettivo di questa politica russa della Santa Sede non era del tutto chiaro, si trattava di ottenere il ritorno alla piena comunione con la Sede Apostolica della Chiesa Ortodossa, oppure incentivare una conversione di massa al cattolicesimo.

All'indomani della guerra ci fu un confronto sul modo di affrontare il problema russo. Ci furono tre strategie:

  1. Orientalista: sostenuta dal metropolita della Chiesa Cattolica dell'Ucraina occidentale, Andrea Szeptyckyj (1865-1994), è un personaggio chiave nei rapporti con l'oriente in questo periodo, subito dopo la prima guerra mondiale. Molte Chiese di Kiev erano state unite a Roma mantenendo il rito bizantino, l'integrazione di questa regione conosciuta come Galizia, non aveva fatto che rafforzare l'influenza del cattolicesimo latino. Divenne simbolo del sentimento nazionale fondato sulla religione, il metropolita era un giovane aristocratico cattolico romano che aveva deciso di aderire a questa Chiesa per motivo patriottico, arcivescovo greco cattolico e aveva ricevuto ampi poteri dalla Santa Sede in vista della missione in Russia. Alla vigilia della guerra in Russia esisteva un piccolo gruppo ortodosso cattolico che pubblicava una rivista e che era desiderosa di promuovere l'unione. Bisognava evitare assolutamente il latinismo, bisognava poi impiantare in oriente i grandi ordini religiosi dell'occidente, si doveva restaurare un autentico monachesimo.
  2. Strategia latinista, sostenuta soprattutto dal partito polacco in seno alla curia. Fino al 1921 i cosiddetti sostenitori polacchi del latinismo insistono nei loro rapporti sull'importanza di questa latinizzazione, insistono sul fatto che ci sono molte conversioni singole alla Chiesa latina.
  3. Arcivescovo De Ropp, unica diocesi cattolica della Russia, proponeva una strategia alternativa, lasciare aperta la possibilità di scegliere tra i due riti, ma sotto una solo autorità e sotto un clero birituale. Impedire la latinizzazione significava rallentare le conversioni, infatti senza il passaggio di rito non sentivano veramente questa conversione, tuttavia bisognava anche tollerare il rito orientale, perché nel caso contrario si rischiava di staccarsi dal popolo che rimaneva legato al rito orientale.

La Santa Sede tra queste tre scelte non ne fece una chiara, Benedetto XV era sicuramente favorevole alla strategia unionista e orientale, aveva escluso dall'inizio le conversioni di massa. Ci fu tutta un'emigrazione russa in occidente, Benedetto XV cercò di far insediare una gerarchia cattolica in Russia, e la formazione di un clero preparato a queste missioni.

Numerosi russi emigrarono in occidente, ci furono almeno due ondate, subito il 1918 ci fu la cosiddetta emigrazione bianca, che erano quelli legati al vecchio regime, la seconda era l'emigrazione intellettuale come Bulgakov e Florensky, primo paese di accoglienza fu la Germania, Berlino divenne la città principale dell'emigrazione russa. Per la Santa Sede questa immigrazione era una vera e propria sfida, bisognava organizzarsi. In quanto a religione questa colonna russa poteva dividersi in tre gruppi: ebrei, liberali indifferenti alle questioni religiosi e poi gli ortodossi persuasi e praticanti. C'era un fanatismo ortodosso e antipatia cattolica in questi ortodossi.

La politica della Santa Sede in quegli anni tendeva a cercare di ottenere delle concessioni da parte del governo sovietico, questa politica mirava alla conclusione di un modus vivendi con il governo sovietico. Alla fine non fu possibile arrivare ad un unità di accordo, tuttavia questi tentativi non piacevano per nulla alla Chiesa Ortodossa russa che si sentiva abbandonata, visto che stava per subire una persecuzione dal governo russo, consideravano quindi in maniera molto severa questa politica concordataria, accusandola di essere legata a questo regime diabolico.

Altra accusa era quella di proselitismo, che volesse suscitare un movimento di conversione, un carattere quindi anche non disinteressato della carità della Santa Sede. A partire dal 1925 la Francia divenne la prima terra d'esilio degli immigrati russi, questa emigrazione ortodossa-russa si stabilì nelle grandi città francesi, Parigi divenne la capitale dell'emigrazione russa. La Chiesa francese si preoccupò della loro situazione, si creò l'unione francese di aiuto ai russi. L'unione francese di aiuto ai russi era presieduta da Chaptal, di origine ebrea e russa, e lui stesso in un rapporto mandato a Roma tracciava un bilancio quasi trionfalista, parlava di numerose conversioni, che il muro di pregiudizi stava per crollare, almeno andava diminuendo ogni giorno, con grande carità e pazienza la Francia cattolica avrebbe riconquistato questi russi emigrati in occidente.

Nel 1923 fu fondato a Lille in Francia, il seminario San Basilio, sotto i domenicani con lo scopo di formare preti cattolici con rito orientale. Bisogna ricordare che la stragrande maggioranza dei russi emigrati in Francia non si convertirono, anzi si costituì in Francia un centro ortodosso. Nel 1925-1926 ci fu anche uno scontro tra le due comunità, i cattolici furono ancora accusati di voler comprare le anime con le opere di carità. Qualche successo quindi, ma anche molte resistenze e molte accuse.

Secondo elemento di questa strategia russa della Santa Sede fu il tentativo di riorganizzare la Chiesa Cattolica in Russia, la Chiesa Cattolica in Russia era stata completamente decapitata dal governo sovietico, non c'era più un solo vescovo cattolico. Non c'era più nessuna gerarchia, veniva imputato a questi vescovi di essersi opposti alla politica sovietica di presa dei beni ecclesiali. Pio XI e suoi più stretti collaboratori rimasero convinti che ora l'unica strada da seguire era quella di trovare un accordo con il governo sovietico, che avrebbe garantito qualche spazio di libertà alla Chiesa. Queste trattative non produssero gli esiti sperati.

Fu in quel momento pensata e messa in esecuzione un'altra strategia per rilanciare la politica russa, fu quella clandestina, era l'ora di un gesuita francese grande ispiratore della politica russa della Santa Sede in quegli anni, Padre d'Herbijng. Aveva imparato il russo e si era fatto conoscere nel 1911 con un libro dedicato a Solov'ev, Un Newman russo, una figura di ponte tra le due chiese. La sua tesi di fondo è che la separazione era dovuta a delle circostanze particolari, una separazione di fatto e non di diritto. Già nel 1914 aveva accolto nel suo studio i candidati di origine russa al sacerdozio, perchè era convinto che la formazione di un clero russo era l'unica strada per riconquistare la Russia scismatica. Nel 1920 aveva pubblicato un articolo sulla rivista Etudes, un articolo intitolato “la formazione del clero cattolico per la Russia” e fu proprio da quel momento che fu chiamato a Roma. Nominato rettore del neonato Pontificio Istituto Orientale, l'intenzione del Papa era un po' diversa rispetto a quella del predecessore, era più accademica, scientifica, si trattava di preparare competenze scientifiche, non soltanto della Russia ma di diverse parti della Russia, per promuovere il ritorno dei fratelli dissidenti. Quindi ci si adoperò per un arricchimento della biblioteca e formazione di una rivista, fu arricchita quindi la biblioteca della struttura con acquisto di manoscritti e materiale raro.

Bisognava creare in Russia un impero delle catacombe, questo grazie all'instaurazione di una gerarchia cattolica. Nel marzo del 1926 prese la decisione di dichiarare vacanti tutte le diocesi russe e di nominare quindi nuovi amministratori apostolici.

Nel 1925, fu creata la commissione Pro Russia, la quale veniva creata per rendere più spedito l'esame e le questioni riguardanti i Russi, sia quelli residenti in patria sia gli emigrati. La commissione doveva riunirsi una volta alla settimana, il pontefice nutriva grande fiducia in questa commissione. La nuova commissione aveva anche competenza con tutte le diocesi latine della Russia, competente per tutto il territorio con qualsiasi rito e per tutta l'immigrazione russa in qualsiasi parte del mondo e per qualsiasi opera che si occupa di loro.

Riforma Protestante

E' stata soprattutto una risposta a mali della Chiesa:

  • pastorali
  • di superstizione
  • teologici

In realtà una questione secondaria come quella dell'indulgenza è stata solo un dettaglio. Lutero contestava l'esistenza di un tesoro di Chiesa. Ma il nodo della questione era un altro, la Bolla papale che sancisce la rottura, non condannava tanto le tesi di Lutero sulle indulgenze, solo 6 riguardavano le indulgenze, ma altre tesi di Lutero. Il vero problema è quello della salvezza delle anime e Lutero citando San Paolo affermava che a salvare è la fede, su questa dottrina che portò alla divisione in realtà è stata raggiunta un'intesa il 31 ottobre del 1999, firmata dall'allora cardinale Ratzinger. La riforma luterana è stata preceduta da una lunga preriforma, da un lungo periodo di fermento cristiano. Non solo negli ambienti ecclesiastici e clericali ma anche negli ambienti laicali, tra le dimostrazioni più evidenti di questa vitalità religiosa che fu all'origine della riforma protestante si può menzionare lo sviluppo di una forma di pietà meno liturgica, la cosiddetta devotio moderna. Non si è saputo rispondere subito a questa esigenza di riforma. L'intenzione di Lutero non era quella di fondare una nuova Chiesa, la sua preoccupazione era quella della salvezza individuale, sino al 1530 Lutero rimaneva disponibile a una forma di riconciliazione con Roma, e sulla giustificazione le distanze non erano sostanziali, la prova è che ora si è riuscita a trovare una linea congiunta che afferma che la grazia della salvezza proviene da Dio.

Il Concilio di Trento fu la grande risposta alla Riforma protestante e la pace di Augusta che consacrava la divisione confessionale dell'impero secondo il principio della territorialità ecclesiastica.

Questione anglicana

La questione di una possibile riunificazione della Chiesa anglicana con Roma si ha in seguito all'incontro tra due personaggi importanti: Portal e Wood. Per quest'ultimo non c'era differenza essenziale tra le due grandi chiese dell'occidente bastava ristabilire il legame canonico che era stato rotto con lo scisma anglicano. Questi due amici decisero di portare avanti questa questione e in particolare la questione delle ordinazioni anglicane, volevano far vedere la validità di queste prime ordinazioni.

Il riavvicinamento con gli anglicani trova una resistenza da parte dei cattolici inglesi, ma anche da parte del mondo anglicano, la corrente anglo-cattolica che cerca un avvicinamento è sicuramente minoritaria. Leone XIII ha a questo punto esitato, ci fu un primo testo del 14 Aprile del 1885, conteneva un appello all'unione di corpo della Chiesa anglicana con la Chiesa cattolica, ma presto dopo con l'enciclica 1886, si riafferma la dottrina tradizionale della Chiesa e il primato del Papa. I fautori dell'intransigenza a Roma sostenuti da cattolici inglesi decisamente ostili, ebbero il sopravvento. 16 Luglio 1896 la commissione del Santo Uffizio ripresentò la posizione ufficiale della Chiesa circa la nullità delle ordinazioni anglicane.

La questione centrale che andava dibattuta tra le due delegazioni, fu la questione primato, a differenza della questione delle ordinazioni che non fu per niente toccata. Ci furono delle proposte molto interessanti da parte degli anglicani. Presentarono due documenti, il primo firmato da tutti si limitava a riconoscere il primato del Papa su tutti i vescovi anglicani, non potevano immaginare ogni forma di riunione della cristianità senza il riconoscimento del primato del Papa, tuttavia non andavano a definire in cosa consistesse questa unità, in virtù di questo primato poteva affermare la superiorità del Papa su tutti gli altri vescovi e per andare a vedere in che cosa consistesse questo primato doveva essere visto, il modo concreto ha bisogno di ragionamento. Il secondo documento fu invece firmato solo da due delegati e andava ben oltre, andava a riconoscere al Papa un primato di giurisdizione, si parlava di un primato non puramente onorifico. Il documento riconosceva tuttavia la difficoltà di applicare questo a tutta la Chiesa anglicana.

Le proposte anglicane andavano quindi verso una grande apertura, tutto questo dopo la seconda guerra mondiale. Nel dicembre del 1923 il Cardinal Mercier parla di questi dialoghi e vede in positivo questi tentativi di dialogo, anche se diceva che l'unione sembrava ancora lontana. Cercava soprattutto nella lettera pastorale pubblicata di dimostrare la sua perfetta ortodossia, non si trattava di negoziare una forma di compromesso con gli anglicani.

Un altro punto di vista fu quello di uno storico della Chiesa, francese, Monsignor Battifol che era uno specialista della storia della Chiesa antica che espresse questo giudizio dopo la morte dei principali protagonisti di queste conversazioni. Questo memorandum dà un giudizio molto positivo su queste conversazioni, insiste tuttavia su due punti: non si poteva ancora parlare di un unione in corpo delle due chiese perché l'anglicanesimo non è un ortodossia, tuttavia queste conversazioni avevano portato ad avvicinare quella parte della Chiesa anglicana contraria alla corrente protestante, questo era positivo. Questo anglo-cattolicesimo poteva portare anche all'avvicinamento con l'ortodossia orientale perché gli anglicani avevano tutti riconosciuto la legittimità e la necessità del primato papale.

Ultimo documento che ci porta a capire la posizione dei delegati cattolici, un memorandum del 1926, sottolineavano la cordialità di queste conversazioni e scambi e sottolineavano i punti di convergenza e di incontro: unità della chiesa, questa verità della una sola Chiesa fondata da Cristo è riconosciuta da tutti e quindi il nostro compito è quello di mantenere e rifare questa unità. Gli articoli del credo anglicano non erano un ostacolo insormontabile, tra l'altro Newman aveva dato un'interpretazione cattolica di questi 39 articoli. Altro punto positivo era l'attaccamento delle due chiese alla gerarchia come tale, alla struttura gerarchica della Chiesa. Tutto questo veniva presentato come frutto positivo di queste conversazioni. Non nascondevano la difficoltà sul primato, dicevano che la posizione cattolica non era quella anglicana, per noi si tratta di un primato chiaro, primato di giurisdizione, era più vago invece per gli anglicani questo primato. Sulla dottrina del papato c'erano ancora molte difficoltà per riavvicinare i punti di vista, anche se alcuni erano pronti ad accettare la concezione cattolica del primato, ma erano pochi.

La reazione dei cattolici inglesi fu invece molto severa, c'è un memorandum del dicembre del 1925, il primate della Chiesa inglese che esprimeva le preoccupazioni della Chiesa cattolica inglese, diceva che le discussioni che si stavano svolgendo a Malines sono una fonte di grande cosciente ansia per i cattolici inglesi che secondo lui non avrebbero nessun risultato positivo. La parte cattolica avrebbe dovuto cambiare atteggiamento sulla liceità delle ordinazioni, sull'infallibilità pontificia, senza non ci sarebbe mai stata unità con la Chiesa anglicana. Tale speranza di riunificazioni costituivano un ostacolo alla conversione, motivo di turbamento anche per i convertiti cattolici, e contribuivano anche a dare una pessima immagine dei cattolici inglesi. Anche se la Chiesa cattolica accettasse queste condizioni gli anglicani per lui rimanevano protestanti, il primo ostacolo è quello di debellare il protestantesimo. Una posizione molto negativa da parte del Primate della Chiesa cattolica inglese. Il fatto che a queste conversazioni non parteciparono cattolici inglesi non se lo spiegavano, e il fatto che fossero invece francesi a parlare di questioni inglesi dava loro fastidio. Un punto di vista molto negativo quindi della gerarchia inglese.

L'atteggiamento della Santa Sede oscilla tra simpatia e prudenza. Iniziati questi dialoghi sotto il pontificato di Benedetto XV, iniziano nel 1921, ma si svolsero per i primi anni del pontificato di Pio XI, c'è una certa continuità di atteggiamento, che possiamo riassumere così:

  • Larga simpatia, queste conversazioni senza il consenso tacito del pontefice non sarebbero state svolte. Una locuzione del 1924 incoraggiava tutti i cattolici di facilitare sotto l'ispirazione della grazia divina i fratelli separati. All'epoca si insisteva più sul separati, oggi più sul fratelli. C'è bisogno di mostrarsi caritatevoli per avere anche più successo. Il Cardinal Mercier non ottenne mai il documento di approvazione scritto richiesto, la Santa Sede voleva mantenere il carattere privato, non ufficiale di queste conversazioni. Conversazioni private sotto la responsabilità di Mercier, ma conosciute e benedette dal Papa.
  • Altra preoccupazione è far vedere che questo non aveva nulla a che fare con l'ecumenismo, dovendo questo scambio limitarsi alle questioni religiose. L'interesse era più per uno scambio dottrinale più che una praticità. Si osserva la stessa ambivalenza dell'ortodossia russa, volontà di avvicinamento, di fare delle concessioni per far tornare i fratelli separati, ma la stessa volontà di non limitare le conversioni. Queste conversazioni erano per Roma un discreto sondaggio teologico, su quel che si poteva fare, su cosa si poteva realizzare.

Movimento Ecumenico

L’attenzione all’unità si fa sentire anche prima del movimento ecumenico, e così il teologo cattolico Johann Adam Mohler (1796-1838), grazie alla sua opera Simbolica, riporta l’attenzione sull’unità, analizzando la ragione storica delle differenze tra le varie confessioni. In questo saranno importanti anche Hohn Henry Newman (1801-1890) cardinale convertito alla fede cattolica, Matthias Scheeben (1835-1888) di cui è importante la sua opera Ecclesiologia.

A partire dal Concilio Vaticano I la Chiesa si era definita società perfetta. I tre autori sopra invece portano un’idea di Chiesa più come organismo vivente, questa sarà poi l’interpretazione che prevarrà al Concilio Vaticano II, la categoria della comunione si sostituirà a quella di società perfetta.

Il cosiddetto movimento ecumenico è anteriore alla prima guerra mondiale, nasce nel 1910 con la Conferenza di Edimburgo. Generalmente gli storici sono concordi a far nascere l'ecumenismo intorno al 1910 con la conferenza di Edimburgo, prima non solo i cattolici, ma anche protestanti e ortodossi praticavano l'ecumenismo del ritorno. Nasce in contesto protestante l'ecumenismo, alcune società missionarie protestanti presero coscienza dell'incoerenza di annunciare il vangelo agli altri popoli presentandosi divisi. Si trattava di affrontare questioni pratiche e non questioni dogmatiche. Nasce l'ecumenismo, nasce attraverso due movimenti:

  • Vita e azione (Life and Work), il cosiddetto ecumenismo sociale, se siamo divisi nei dogmi almeno stiamo insieme per le cause sociali, nella pratica,
  • Fede e Costituzione (Faith and Order) che nasce successivamente ed è più dottrinale, di qui prendono avvio i dialoghi ecumenici.

L'impatto della prima guerra mondiale fu importante sulla nascita del movimento ecumenico, si assiste a un tentativo di mobilitazione di arruolamento delle Chiese nel conflitto, i tedeschi dicevano “Dio è con noi” e i francesi dicevano un po' la stessa cosa, la guerra diveniva sacra in questo modo, il sacrificio della vita era in qualche modo un martirio, infatti in molte piazze d'Italia c'è un monumento ai caduti della prima guerra mondiale. Fu una specie di suicidio dell'Europa civile, proprio per questo motivo alcuni capi hanno cercato di opporsi, di combattere questa forma di sacralizzazione del conflitto.

Figura molto importante è quella di un arcivescovo luterano svedese, che può essere considerato uno dei padri del movimento ecumenico, Nathan Soderblom (1866-1931), arcivescovo di Uppsala in Svezia. La sua idea di fondo era di promuovere l'unità delle Chiese come fattore di pace internazionale, il movimento doveva porre le condizioni per ricondurre tutti i cristiani all’unità. Soderblom era convinto che l’unità dei cristiani fosse già esistente, in quanto imprescindibile dall’unicità di Dio, e sottolineava come le divergenze tra le confessioni potevano essere una ricchezza per l’intera cristianità. Dichiarò che “La chiesa cattolica ha tre settori principali: cattolico-ortodosso, romano-cattolico e cattolico-evangelico”2. Il ravvicinamento delle posizioni quindi, secondo Soderblom, non doveva per forza avvenire tramite un riavvicinamento delle dottrine ma attraverso un’azione comune.

Nell'agosto del 1914 fu fondata l'alleanza per la cosiddetta amicizia internazionale delle Chiese. Nel dicembre del 1917 in piena guerra mondiale si ha ad Uppsala una conferenza alla quale parteciparono soprattutto gli esponenti dei paesi neutrali, la fratellanza ritrovata dalle varie chiese cristiane poteva essere il contributo maggiore che si poteva dare alla pace. Il fatto che i popoli cristiani si trovassero in questa guerra a scontrarsi tra di loro fece nascere l’idea di un Concilio della pace, questa idea non ebbe attuazione e i suoi appelli alle nazioni in guerra non ebbero il fine desiderato. Nel 1919 Soderblom scrisse un memorandum per la Lega mondiale per la fratellanza delle Chiese, auspicando l’istituzione di una Conferenza mondiale delle Chiese e di un Consiglio ecumenico in rappresentanza di tutti i cristiani. Ci vorranno ben tre decenni perché il Consiglio ecumenico venga alla luce, quindi Soderblom non riuscirà a vedere la realizzazione del suo sogno.

Conferenza di Stoccolma

Si è svolta dal 19 al 30 agosto del 1925 la prima Conferenza mondiale del cristianesimo pratico (Life and Work) all'origine di questa conferenza troviamo il famoso arcivescovo luterano Soderblom, Ernesti lo definisce come il Padre Spirituale dell'ecumenismo. Ha studiato la teologia a Parigi prima della prima guerra mondiale e insegnato anche in Germania, prima di essere nominato arcivescovo, era stato molto influenzato dall'insegnamento delle beatitudini, rigettava quindi ogni guerra o vendetta, attaccato all'idea di pace. Nell'agosto del 1914 scrisse un appello per la pace e la comunione cristiana.

L'originalità del suo progetto stava nel tentativo di collegare l'impegno dei cattolici per la pace all'unità tra di loro. Questa unità cristiana non nascerebbe quindi da un tentativo improbabile di riavvicinamento dottrinale, ma nascerebbe da un servizio, da una pratica comune del cristianesimo da una testimonianza data in comune. Il motto della conferenza di Stoccolma sarà “la dottrina divide il servizio unisce”.

Questa conferenza fu un successo, ci furono 600 delegati presenti, che rappresentavano 37 paesi, la stragrande maggioranza era protestante, il 90% dei partecipanti proveniva dalle Chiese riformate, l'altra parte era ortodossa, dall'inizio la Chiesa Ortodossa ha partecipato al movimento, non quella Russa, ma altre chiese. Il lavoro fu diviso in cinque grandi commissioni. Si trattava della prima conferenza del cristianesimo pratico, cosa possiamo fare insieme? Dare al mondo una testimonianza comune, i problemi dottrinali sono quindi lasciati da parte. La problematica centrale della commissione fu la questione del Regno di Dio, come realizzare il regno di Dio. Ci furono due prospettive diverse:

  • Una prospettiva più incarnazionista che è quella della prospettiva cristiana sociale, difesa da inglesi e francesi che diceva che la realizzazione del Regno di Dio, implica la trasformazione della società, il Regno di Dio comincia su questa terra quindi bisogna impegnarsi nel sociale. Questa sarà all'origine della costituzione conciliare Gaudium et Spes
  • Un altro filone è quello della teologia dialogica di Karl Barth, opposta al ridurre il cristianesimo a qualcosa di terreno, che insiste sulla trascendenza di Dio, il Regno di Dio secondo questa prospettiva, nasce nel cuore dell'uomo ed è opera di Dio e non dell'uomo, che non va confuso con il sociale.

Il messaggio finale della conferenza insisteva su tre punti:

  • L'invito al pentimento, l'invito alla riconciliazione
  • Insistenza sull'azione comune, dare una testimonianza comune del vangelo
  • L'idea dell'invisibilità dell'unità della Chiesa

L'atto di nascita del movimento ecumenico potrebbe essere proprio questo. La partecipazione cattolica era in forse anche dagli organizzatori, nel 1920 si discusse se bisognava invitare anche la Chiesa di Roma, la posizione di Soderblom era favorevole, questa posizione fu accettata nonostante il parere contrario di alcuni delegati americani e svizzeri. Per i favorevoli bisognava dare dimostrazione di universalità di non escludere nessuno. Una lettera di invito quindi fu indirizzata dal movimento, in questa lettera si diceva che l'obiettivo appunto non erano dogmi e dottrine, ma pratica. La risposta non fu positiva, nessuna partecipazione cattolica.

Nel 1919 il Sant'Uffizio aveva pubblicato un decreto circa la partecipazione di cattolici a riunioni destinate a promuovere l'unità cristiana, questo decreto riprendeva il testo di un decreto del 1864 che proibiva la partecipazione dei cattolici a qualsiasi riunione che aveva come scopo la riunione delle Chiese e si rifaceva al Codice di Diritto Canonico del 1917 che affermava che le discussioni pubbliche con i non cattolici dovevano essere autorizzate dalla Santa Sede. Ci furono in realtà due osservatori cattolici alla Conferenza di Stoccolma, che assistettero in modo del tutto privato. Non ci fu una reazione della Santa Sede a questa conferenza.

L'unica reazione cattolica a questa conferenza fu quella del cattolico svizzero Joumnet, grande ecclesiologo, fu anche uno dei teologi prediletti di Paolo VI. Negli anni '20 era un giovane teologo, nato a Ginevra, nel mondo protestante ma in una famiglia cattolica, viene subito a contatto con la realtà protestante, pubblicò un libro sull'unione delle Chiese e sul cristianesimo pratico, è una reazione di un giovane cattolico alla conferenza. Pubblicato durante l'estate del 1926, quando si stava per aprire la seconda conferenza, quella di Losanna. È uno dei pochi a scrivere su questo argomento, dice che questa conferenza è un evento capitale nella storia del protestantesimo, e dice che lo scopo del libro è quello di studiare questa conferenza dal punto di vista della dottrina cattolica, il volume si divide in tre parti:

  • Unità della Chiesa
  • Regno di Dio
  • Cristianesimo Sociale

Lui fa vedere come ci sono due concezioni diverse e incompatibili dell'unione cristiana, la concezione cattolica è che l'unità della Chiesa è di ordine sovrannaturale, ha la sua origine in Dio, opera dello Spirito Santo e quindi invisibile, ma ha anche un aspetto visibile, ha uno spirito ma anche un corpo, per analogia al verbo incarnato, all'incarnazione. Questo corpo è la Chiesa cattolica, con il trittico magistero, giurisdizione e sacramenti. Quindi è impossibile dissociare i due aspetti invisibile e visibile, impossibile dissociare il corpo e l'anima della Chiesa, l'unità quindi si fa intorno alla Chiesa Cattolica, corpo dell'unità. Al contrario la concezione protestante è quella dell'unità naturale, umana, non viene data da Dio ma costruita dal basso, ed è la posizione della Conferenza di Stoccolma. L'unità cristiana non poteva essere pensata sul modello della società delle nazioni, fondata alla fine della Prima Guerra Mondiale, c'è questo modello nella conferenza di Stoccolma, voleva in qualche modo essere l'equivalente religioso di questa società delle Nazioni. Questa concezione era tipicamente protestante, e incompatibile con quella cattolica, non si può fare unità senza tenere presenti le differenze dottrinali. Questo libro ebbe una diffusione piuttosto limitata ma ebbe un grande eco perché era l'unico libro che rispondeva a ciò che facevano le conferenze. La tesi dei protestanti fu molto negativa su questo libro e dissero che in realtà fu fondamento dell'enciclica del gennaio del 1928.

Conferenza di Losanna

La conferenza di Losanna fu la conferenza di un altro movimento. Faith and Order, Fede e costituzione. Questo movimento aveva un origine più vicina alle posizioni del movimento anglicano, che voleva allora affrontare i problemi dottrinali. Questo destò più interesse a Roma, si trattava di affrontare le questioni dottrinali, e quindi non si parlava di un unione che prescindesse dalla Verità.

Charles Brent (1862-1929), ministro anglicano, vescovo missionario nelle Filippine e successivamente vescovo di Buffalo negli Stati Uniti, all'origine del suo impegno ecumenico, c'è un impegno sociale e missionario. Era rimasto impressionato dall'intervento di alcuni missionari che facevano vedere come la divisione delle Chiese era un inciampo per le missioni. Era comunque convinto che non si potesse arrivare ad un impegno comune caritativo e sociale accantonando le divergenze dottrinali. Propose quindi di analizzare queste differenze, e i punti in comune e proporre strategie per giungere ad un’unione.

394 furono i partecipanti, la Chiesa cattolica rifiutò l’invito per motivi teologici. Gli invitati russo-ortodossi furono invece bloccati dalla dittatura comunista, la chiesa evangelica era invece rappresentata solo da alcuni professori di teologia, quindi la conferenza per lo più rimase anglicana. Gli anglicani si vedono come una via di mezzo tra protestanti e cattolici, nel mondo anglicano ci sono sia anglo-evangelici che anglo-cattolici. Importante per il movimento fu l’appoggio del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, la Chiesa ortodossa inizia sempre più a essere parte integrante di questo movimento ecumenico.

La conferenza di Losanna fece vedere più le differenze che le convergenze, che si fermavano esclusivamente, in pratica, alle antiche professioni di fede delle Chiese. Senza trovare però soluzione alle controversie verificatesi successivamente. Un comune obiettivo però uscì fuori: tutte le Chiese avrebbero dovuto riconoscersi reciprocamente e concedersi a vicenda piena comunione nei sacramenti.

La seconda conferenza si terrà dieci anni dopo, dal 3 al 18 agosto 1937 ad Edimburgo.

Posizione della Chiesa Cattolica

Assisteremo a un progressivo irrigidimento della Santa Sede, inizialmente ci fu una reazione non del tutto negativa, il Cardinal Gasparri rispose in modo molto incoraggiante ai dirigenti del movimento, dicendo che il Papa non era contrario al movimento, anche se l'unità doveva essere il Papa. Nel gennaio del 1918 fu pubblicato un articolo sulla Civiltà Cattolica che esprimeva questo punto di vista.

Nel luglio del 1927 proprio prima di Losanna un nuovo decreto del Santo Uffizio fu pubblicato che vietava la partecipazione dei cattolici. La conferenza però fu seguita con attenzione dalla Santa Sede, Besson fu incaricato tramite la nunziatura Svizzera di scrivere un rapporto su questa conferenza di Losanna. Due preti a titolo privato assistettero alla conferenza, nonostante il divieto della Santa Sede, uno di questi è Metzger, una figura che ha contribuito a far nascere questa attenzione nel mondo cattolico per l'ecumenismo, dopo la conferenza pubblica un articolo favorevole sulla conferenza.

Il 1928 è l’anno della Mortalium Animos che criticava il pancristianesimo e vietava ai cattolici ogni forma di partecipazione al movimento. La Chiesa cattolica unica Chiesa di Cristo non poteva accettare una sorta di federazione di Chiese che le metteva quindi sullo stesso piano. L’unica via era quindi il ritorno dei dissidenti all'unica vera Chiesa di Cristo dalla quale infelicemente si erano allontanati, e la cui porta è sempre aperta, “tornate alla Chiesa cattolica” questo era il messaggio. L'intransigenza papale non impedì un ecumenismo cattolico, e furono i vescovi francesi e tedeschi che giocheranno un ruolo fondamentale al Concilio Vaticano II sul decreto sull'ecumenismo.

All'origine del testo dell’enciclica troviamo una relazione di un consultore della congregazione del Santo Uffizio. Monsignor Ruffini segnalava una rivista in Germania Una e Sancta che si proponeva l'unione dei cristiani, quindi questo testo nasce anche da questa nascita di una nuova Chiesa ecumenica. Questo è un movimento simpatizzante si per la Chiesa cattolica, ma non voleva romanizzare, era visto quindi come un tentativo politico di riunire i protestanti cattolici in questa altra Chiesa. Fu chiesto all’allora nunzio Eugenio Pacelli un rapporto sul periodico Unam e Sancta, lo scopo era quindi quello della riunione di tutti i credenti cristiani nell'unica Chiesa, secondo il futuro Papa Pio XII non bisognava preoccuparsi, perché aveva ben pochi aderenti, non nascondeva però che l'atteggiamento dei cattolici che avevano aderito a questa Chiesa era da rimproverare, infatti fare unità vuol dire soprattutto ritornare alla Chiesa Cattolica. Il rapporto era del novembre del 1926, solo nel Marzo del 1927 i cardinali del santo uffizio si dissero favorevoli alla pubblicazione di una breve enciclica, l'uscita dell'enciclica aspettò la fine della conferenza di Losanna per poter arricchire un po' l'enciclica o arricchire meglio l'argomento.

Si comincia con il riconoscere che nei nostri giorni c'è un'aspirazione profonda, dopo la guerra, all'unità si parla di una sempre maggiore unione, una spinta universale all'unità, analogo è l'intento. Dopo questo lungo preambolo si arriva all'argomento, cioè al desiderio di unità dei cristiani, lodevole, perché riprende il comandamento di Cristo. Vengono chiamati i cosiddetti pancristiani, c'è bisogno quindi di delineare il giusto comportamento dei cattolici. La Chiesa deve essere una, secondo Cristo, ma la volontà di Cristo sul modo di realizzare questa unione non è chiara a tutti, c'è la falsa idea di questa unità come un'unità sostanzialmente invisibile, molti negano che la Chiesa di Cristo debba essere visibile e dicono che la Chiesa visibile altro non è se una società composta dall'insieme delle varie comunità cristiane, di fronte a questa falsa concezione dell'unità, la Chiesa deve prendere posizione.

Nessuno si aspettava un testo così duro contro l'ecumenismo, le ricadute furono abbastanza pesanti, una completa chiusura rispetto al movimento ecumenico.

I due rami all'origine delle due conferenze, dopo la morte dei rispettivi fondatori decisero di unificarsi, ciò darà vita al Consiglio Ecumenico delle Chiese, fondato ad Amsterdam nel 1948. Durante l'estate del 1937 ci furono due nuove conferenze di questi movimenti che ebbero un importanza fondamentale. Il tema della Chiesa nel contesto della fine degli anni '30 tornava in primo piano, il primo servizio che la Chiesa può rendere al mondo è proprio quello di essere Chiesa, le richieste di partecipare a questo convegno da parte di giovani cattolici furono sistematicamente respinte. Quindi la prima conseguenza è una totale chiusura della Santa Sede, alcuni teologi cercano invece ancora contatti.

Ecumenismo nel Terzo Reich

Il periodo del Terzo Reich è sicuramente un periodo difficile per i cristiani e anche per i cattolici, nonostante il concordato concluso nel 1933 con il governo tedesco. La Chiesa in realtà venne messa a dura prova e numerosi furono i cristiani condannati a morte.

Sicuramente la Chiesa cattolica si oppose al regime, lo fece ad esempio con l’enciclica Mit brennender Sorge del 1937, ma anche con le prediche tenute a Munster dal cardinale Von Galen che nel 1941 protestò contro l’eutanasia praticata nei confronti dei disabili. Anche dall’altra parte non subirono sorte migliore, anche i protestanti si trovarono sotto persecuzione. Questo lavoro comune e questa persecuzione comune favorì la ricerca dell’unità. Chiaramente questi tentativi di unità non erano ben visti dal governo tedesco.

A Berlino dal 22 al 25 maggio del 1934 per la prima volta dall’epoca della riforma, su iniziativa del cattolico Romano Guardini e dello studioso luterano Friedrich Heiler, si organizzò una conferenza comune tra cattolici ed evangelici. Alla relazione di un partecipante cattolico faceva seguito quella di un partecipante protestante. Nei colloqui conclusivi si discusse su questioni fondamentali: la giustificazione, la Scrittura e la tradizione, il ministero ecclesiastico e i sacramenti. Tutti argomentavano partendo da uno sfondo biblico-patristico.

Il fatto che ora i cattolici studiassero la riforma portò a vedere in maniera meno negativa la figura di Lutero, che prima spesso era stata vista con occhi troppo severi. Ecclesiastici e laici si incontravano in circoli di dialogo. Nel 1939 Metzger fondò la confraternità Una Sancta, questi circoli si incontravano segretamente. Quando un circolo finiva nel minino della polizia segreta il capo veniva internato in un campo di concentramento, e così fu per Metzger stesso. In questo ecumenismo i laici hanno di certo un posto da protagonisti.

Martin Bormann, il segretario di Hitler, in uno scritto segreto dice “L’interesse del Reich non sta nel superamento, ma nel mantenimento e rafforzamento del particolarismo ecclesiale”3. Questi circoli spaventavano perché erano contro il Terzo Reich, le Chiese si riuniscono per formare un fronte comune contro il nazismo. L’obiettivo è quindi quello di impedire la collaborazione ecumenica.

Dopo il fallito attentato a Hitler del 20 giugno del 1944 molti dei membri del circolo vennero imprigionati e in seguito giustiziati. Il gesuita Delp, racconta Ernesti, celebrava segretamente l’eucarestia con del vino introdotto di nascosto e invitava i protestanti imprigionati nelle vicine celle a concelebrare in spirito, attirando la loro attenzione con dei colpi sulle tubature dell’acqua.

Bell, come presidente del consiglio ecumenico per il cristianesimo pratico, fin dal 1941 suggerì che le Chiese si unissero per affrontare le situazioni di aiuto rispetto alla catastrofe umanitaria che c’era da aspettarsi a fine guerra, questo aiuto sarebbe stata una testimonianza comune al mondo.

Formazione del CEC (1948)

Nei due movimenti Life and Work e Faith and Order, si sente il bisogno di unirsi, si avvicinarono piano piano uno all’altro nei contenuti. Molti collaborarono in entrambe le conferenze mondiali del 1937. Il nuovo consiglio ecumenico doveva avere un valore di rappresentanza senza andare a limitare la sovranità delle varie Chiese associate.

Nel 1948 c’è la fondazione ufficiale del Consiglio ecumenico delle Chiese che si è definito dall'inizio come un'associazione fraterna di Chiese che professano Gesù Cristo come Dio e salvatore, e secondo le scritture e si sforzano di rispondere insieme alla loro comune vocazione per la gloria dell'unico Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo. Comune denominatore a queste chiese è la confessione della fede in Gesù Cristo come Dio salvatore e la risposta alla vocazione per la gloria dell'unico Dio. Al momento della sua fondazione il concilio ecumenico delle Chiese raggruppava 147 Chiese.

Questo concilio ecumenico delle Chiese non voleva essere una super chiesa, ma piuttosto una federazione di Chiese. Una Chiesa quindi può ritenersi come l’unica vera e non deve riconoscere le altre come tali, in questo modo si venne incontro alla Chiesa ortodossa. La Chiesa cattolica non fa parte ancora oggi del concilio ecumenico delle Chiese, anche se ci sono rapporti molto stretti. All'indomani del Concilio Vaticano II è stata posta la questione di un'adesione al CEC che poi non si è realizzata.

Dopo la prima assemblea tenuta ad Amsterdam nel 1948, la seconda assemblea plenaria del CEC si svolse nella città statunitense di Evanston, il motto era “Cristo speranza del mondo”. A questa seguì nel 1961 la terza assemblea che si svolse in India, a Nuova Delhi, con il motto “Gesù luce del mondo”.

Nascita di un ecumenismo cattolico

In questi anni di chiusura della Santa Sede ci sono dei pionieri che hanno anticipato un ecumenismo cattolico. Come pensare un ecumenismo cattolico? Non si può mettere in dubbio che la Chiesa Cattolica è la vera Chiesa di Cristo, ci sono anche delle divergenze di metodo e valutazione:

  • La Chiesa Cattolica non poteva considerarsi senza responsabilità nello stato di divisione attuale, c'è bisogno quindi di operare uno stato di coscienza, bisogna riconoscere le proprie responsabilità.
  • Le altre Chiese cristiane hanno dei difetti ma anche delle ricchezze che devono essere riconosciute e apprezzate. Nonostante tutti i difetti e le mancanze, ci vuole uno sguardo decisamente più positivo. Così il decreto conciliare riconoscerà elementi di santificazione anche nelle altre realtà cristiane.
  • Tutte queste realtà sono realtà cristiane, non si possono fare più differenze tra chi è più lontano e chi meno, unione di tutti i cristiani non solo unionismo con ortodossi o anglicani
  • Dimensione spirituale, che viene valorizzata di più la dimensione della preghiera perché in ultima analisi l'unione sarà data da Dio stesso.

Questi sono i quattro punti su cui hanno insistito i precursori, riaffermando si che la Chiesa Cattolica è l'unica Chiesa di Cristo, cercando però di uscire dalla prospettiva dell'unionismo. Fino alla seconda guerra mondiale questo ecumenismo sarà fatto di teologi e pensatori piuttosto isolati e guardati spesso con grande sospetto. Che oggi vengono considerati i grandi pionieri profeti dell'ecumenismo cattolico.

Ci sono figure che possono essere considerati dei veri pionieri, tra questi ad esempio Beaudin (1873-1960), Congar (1904-1995), Metzger (1887-1944). Don Lambert Beauduin, Monaco benedettino belga, nella prima guerra mondiale fu uno dei maggiori rappresentanti del cosiddetto movimento liturgico, un assertore del movimento rinnovatore della liturgia cattolica. Durante la guerra fu molto impegnato in senso patriottico per difendere la patria belga contro l'occupazione tedesca. Fu chiamato a Roma a insegnare ecclesiologia al collegio di Sant'Anselmo. Questo soggiorno romano fu decisivo, attraverso lo studio dell'ecclesiologia aveva scoperto l'importanza della tradizione orientale e anche attraverso diversi incontri a Roma. Siamo all'origine del famoso priorato del'unione. Il monastero di Amay fu trasferito a Chevetogne che fu fondato da Beauduin. Una piccola comunità di monaci ci si installo nel dicembre del 1925, sei mesi più tardi veniva lanciata una nuova rivista che è la rivista Irenikon. Da quel momento cominciarono le sue difficoltà, venne pubblicato un decreto che parlava di una formazione per la Russia, non per l'unione delle Chiese. Il monastero era voluto per la Russia, non per l'unione delle chiese nella prospettiva dell'ecumenismo, Beauduin fu allontanato da questo monastero, poté tornare dopo un periodo di esilio. In questo monastero morì nel gennaio del 1960.

Posizione cattolica

I passi avanti fatti nella lotta comune al Terzo Reich di sicuro non potevano ora essere cancellati. Con Pio XII si hanno dei buoni punti di incontro con l’ecumenismo. Nel 1943 con l’enciclica Divino afflante Spiritu il Papa riconosce per la prima volta ufficialmente una legittima pluralità di metodi di interpretazione della Bibbia, il campo della scienza biblica divenne campo di collaborazione tra studiosi cattolici ed evangelici.

Nell’encilica Mystici corporis si riflettono gli sforzi per un rinnovamento dell’ecclesiologia, vista come Corpo mistico di Cristo. L’unità del corpo di Cristo è l’unità della Chiesa cattolica, così che la via rimane quella del ritorno alla Chiesa cattolica per ricomporre il Corpo di Cristo. Questo non è di certo un apertura, ma nell’enciclica si dice anche che i non cattolici non battezzati in qualche modo, inconsapevolmente sono in relazione con il Corpo mistico del Salvatore.

Nell’enciclica Mediator Dei invece, il Papa accolse con prudenza le richieste del movimento liturgico, molti pionieri dell’ecumenismo erano da annoverare tra i protagonisti di questo movimento.

Per quanto riguarda il CEC alla vigilia dell’assemblea di Amsterdam del 1948 il Santo Uffizio ricordava il divieto del diritto canonico di effettuare riunioni comuni con dei non cattolici. Venne ricordato anche il divieto di tenere delle funzioni religiose comuni.

Nel 1949 con l’istruzione Ecclesia catholica del 20 dicembre, si dice che il movimento ecumenico è frutto dello Spirito Santo. La Chiesa ha il dovere di impegnarsi per la riunificazione. Ai vescovi spetta di sorvegliare e promuovere il movimento ecumenico, sempre tenendo presente il pericolo dell’indifferenza religiosa. Si rifiutano sempre le riunioni interconfessionali ma si apre a una collaborazione in ambito umanitario e sociale e si ricorda l’importanza di pregare per l’unità.

Nel 1950 la definizione del dogma dell’assunzione in cielo di Maria non aiutò il dialogo ecumenico.

Nel 1958 finisce il pontificato di Pio XII, l’anno successivo Giovanni XXIII convocò per il 1962 un Concilio ecumenico. A questo annuncio è strettamente collegata la formazione del segretariato per l’unità dei cristiani. Nel 1961 per la prima volta ci fu l’invio di osservatori a una conferenza mondiale del CEC. Giovanni Paolo II valorizzò ancor più il segretariato nel 1988 lo equiparò come Consiglio agli altri dicasteri vaticani.

La preghiera per l’unità dei cristiani dopo la Seconda Guerra mondiale divenne cosa ovvia, così la settimana di preghiera mondiale per l’unità dei cristiani, a questa si aggiunse la giornata mondiale di preghiera delle donne, organizzata da un comitato mondiale interconfessionale misto

Anche il movimento dei Focolari fondato da Chiara Lubich e approvato dal Vaticano nel 1962, è orientato ecumenicamente. La sua spiritualità è caratterizzata dall’unione con Dio e tra gli uomini

Concilio Vaticano II

Il Concilio Vaticano II ha segnato una vera svolta, Giovanni XXIII nell'annuncio del Concilio aveva assegnato subito a questo concilio lo scopo dell'unità, una tematica a cui teneva molto. Al concilio vennero invitati anche degli osservatori non cattolici.

L'evento del Concilio Vaticano II stupì lo stesso Karl Barth (teologo protestante) che non si aspettava nulla inizialmente dal Vaticano II. Il Concilio tratta l'ecumenismo a tre livelli:

  1. A livello trasversale, già Giovanni XXIII lo dà come obiettivi del Concilio, è un tema che resta sempre.
  2. Come tema particolare e speciale perché sono stati pubblicati due testi Unitatis redintegratio e Orientalium Ecclesiarum
  3. Sul piano dei gesti, gesti significativi, il più importante di tutti il 7 dicembre 1965 quando Paolo VI e Atenagora formalizzarono l'abolizione delle reciproche scomuniche. Importante anche l'incontro tra Giovanni XXIII e l'arcivescovo di Canterbury, Fischer, il primo dai tempi della Riforma. Significativa anche la presenza durante il Concilio di un centinaio di osservatori non cattolici all'interno del Concilio.

Il Concilio permise di celebrare la liturgia nelle lingue moderne, questo di fatto segnava un avvicinamento ai protestanti, per i quali sin dal 1525 la liturgia in lingua nazionale era usuale. Si puntò inoltre molto sui vescovi e non esclusivamente sulla centralità del papato.

Decreto Unitatis Redintegratio

Il decreto sull’ecumenismo, Unitatis redintegratio, attribuisce un’enorme importanza al movimento ecumenico, prestando attenzione all’unità come un impegno comune. E riconosce che la colpa della divisione stava da entrambe le parti.

“Principi dell'ecumenismo cattolico" era il primo titolo, ora è "Principi cattolici dell'ecumenismo", il primo titolo sembra dire che ci sono vari ecumenismi, ora si afferma che l'ecumenismo è uno ma abbiamo dei nostri principi e li esponiamo. Questi principi cattolici dell'ecumenismo sono:

  1. Riferimento trinitario, già presente in Lumen Gentium ed Ad Gentes, serve a un triplice scopo:
    • Formulare una base comune della fede, e quindi di incontrarci su un consenso fondamentale che è la confessione della trinitaria
    • Indica una fonte di identità, l'unità della Chiesa viene da Dio, si ha a che fare con temi teologici e salvifici che vengono da Dio
    • Indicare nella Trinità un modello perché la Trinità propone un modello di unità in tre, la Trinità ha degli insegnamenti anche a livello antropologico, è modello di unipluralità, venire anche alla Trinità come modello di ecumenismo, non deve relativizzare l'unità in nome della pluralità, ma neanche eliminare la pluralità per l'unità, scardinare la propria identità per l'unità.
  2. Rivalutare la relazione tra le comunità separate della Chiesa Cattolica. Il tema è importante, era quello più condizionato dall'impostazione esclusivista, che non vede alcuna relazione. Qui si cerca invece di mantenere un equilibrio indicando la pienezza dell'identità solo nella Chiesa Cattolica, ma primo passo per impostare una relazione è una relazione di stima.
    • Il primo passo è superare la secolare inimicizia. Individua la pienezza nella Chiesa Cattolica, ma valorizza la differenza, impostare il rapporto in termini di amore e stima reciproca.
    • Coloro che nascono attualmente nelle comunità separate non possono essere incolpati. Ciò concretamente porta a non giudicare chi nasce attualmente nelle comunità separate, non si può far pesare le colpe dei padri sui figli
    • Sottolineare ciò che unisce e non quel che divide, questo è un principio guida dell'Unitatis Redintegratio, ciò che unisce sul piano degli elementi di fede ed è molto. Molti elementi di grazia vengono elencati come la fede e il battesimo. I beni salvifici non sono patrimonio esclusivo della Chiesa Cattolica, lo Spirito Santo opera anche al di fuori di essa, si ricordano il battesimo, la Bibbia, il credere nella grazia della salvezza come dono di Dio, la fede, la speranza, la carità, tutti beni teologici che ci uniscono, tutte queste cose giustificano lo statuto ecclesiale delle comunità separate, questi beni vengono da Cristo e appartengono di buon diritto all'unica Chiesa di Cristo.
    • Non basta apprezzare positivamente i singoli, ma è un apprezzamento anche nei confronti della realtà ecclesiale, riconoscimento della prospettiva collettiva delle realtà protestanti
    • Importante è anche la concezione di una gerarchia delle verità, così che ci sono verità fondamentali, in ragione del rapporto con il fondamento della fede cristiana.
  3. Terzo principio è quello di non far coincidere visibilità e invisibilità della Chiesa, cioè struttura e carisma, istituzione e comunione. L'ecclesiologia preconciliare considerava coincidenti visibilità e invisibilità, dove la Chiesa è visibile lì arriva anche la Chiesa invisibile, in altre parole non essere in comunione con Roma implicava non essere nella Chiesa di Cristo, essere fuori dalla Chiesa di Cristo. Con il Concilio non è più così, la Chiesa invisibile non coincide con la Chiesa visibile. Per la Chiesa ortodossa si usa il titolo di Chiesa sorella, non essere in comunione con Roma non implica un giudizio di non ecclesialità, ma di un'ecclesialità non perfetta, manca qualcosa per il pieno riconoscimento ecclesiale. Non c'è un pieno riconoscimento ecclesiale ma non che esse non sono Chiesa. Solo per mezzo della Chiesa cattolica però si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salvezza. La Chiesa cattolica non rinnega la propria identità di essere Chiesa voluta da Cristo, la visibilità della Chiesa cattolica è manifestazione piena della realtà invisibile. Si evita il pericolo relativista pensare che alla Chiesa cattolica manca qualcosa per poter essere identificata con la Chiesa di Cristo e superare l'esclusivismo identificante della visione precedente. Solo nel 1943 con la Mystici corporis era stata identificata la Chiesa fondata da Cristo con la Chiesa cattolica, ora si usa un espressione più aperta. Sino ad adesso la concezione era che chi si era allontanato dalla Chiesa Cattolica non era più nella Chiesa, che l’unità era stata distrutta e deve essere ristabilita. La formula ora è un’altra: l’unica vera Chiesa fondata da Cristo sussiste nella Chiesa cattolica. Questo non esclude che vi siano altre forme di realizzazione della Chiesa, e persino vere e proprie Chiese al di fuori dei confini visibili della Chiesa cattolica. I padri conciliari riconoscono che elementi fondamentali della Chiesa si trovano anche nelle comunità separate di cui Cristo si è servito come strumenti di salvezza (Lumen Gentium n.8). Certo la pienezza dei mezzi necessari per il raggiungimento della salvezza sono nella Chiesa cattolica. Vuol dire quindi che la Chiesa cattolica li ha tutti, ma non si nega che possano trovarsi anche in altre Chiese.
  4. Altro principio è quello di saper congiungere unità e diversità, il discorso dell'unità a volte è stato condotto più nella linea della conformità che in quella della cattolicità. Non degradare l'unità a semplice riproduzione dell'identico. Accettare la diversità è una sfida molto importante. Saper conciliare unità e cattolicità, unità e diversità, la cattolicità non è un valore quantitativo ma qualitativo, da qui il metodo fondamentale dell'ecumenismo che è il dialogo. Unità, libertà e carità sono tre valori che bisogna saper congiungere. Il vero ecumenismo non è nascondere ciò che divide, ma il coraggio di dialogare anche su ciò che divide.
  5. Ultimo principio riguarda il carattere escatologico dell'unità, questo è importante per l'impazienza di unità che c'è, c'è un cammino progressivo verso la meta che è l'intercomunione, quando potremmo celebrare una comune eucarestia. Escatologico non vuol dire che l'unità deve venire nell'aldilà, ma che bisogna avere il senso del progredire, sul piano storico, la meta sarà quella.

L'ecumenismo è anche pratico:

  1. Ecumenismo spirituale è quell'ecumenismo che punta sull'elemento conversione, fa della conversione un tema ecumenico, si tratta di convertirsi ad atteggiamenti di tipo ecumenico, un cambiamento di mentalità e l'acquisizione anche di virtù specifiche come la capacità di ascoltare, l'umiltà, il dialogo, la dolcezza, la mitezza. Qui c'è anche il capitolo della preghiera, la preghiera. Presuppone capacità di autocritica, ci sono degli errori che hanno fatto entrambi, nella separazione soprattutto.
  2. Antropologico
  3. Sociale storico

Non con tutti i cristiani separati si hanno gli stessi rapporti soprattutto si distinguono i rapporti con gli ortodossi e i protestanti, con l'ortodossia condividiamo anche il delicato problema della successione apostolica, condividiamo i sacramenti, e questo porta il Concilio a parlare dell'ortodossia con il titolo di Chiesa, i protestanti vengono chiamati comunità ecclesiale. Con l'oriente si apre un fronte di vicinanza, c'è molto che unisce. Si riconosce la differenza delle tradizioni, antropologie e teologie differenti, ma differenze non di povertà ma di arricchimento, la nostra soteriologia si basa molto sul peccato da riparare, quella orientale punta sulla divinizzazione. Per il ristabilimento dell'unità con gli orientali non si deve imporre niente tranne le cose fondamentali.

Il titolo Chiesa non viene utilizzato per i protestanti, questo perché non c'è la successione apostolica, ma anche perché non tutti i protestanti si riconoscono in questo termine. La fede in Cristo unisce, divide l'interpretazione della soteriologia, l'amore alla Scrittura unisce ma c'è il problema del rapporto tra magistero e Scrittura, la sacramentalità dei sacramenti unisce, ma solo alcuni sacramenti, altri dividono. Non riconosce la Chiesa cattolica l'eucarestia dei protestanti perché i protestanti non hanno il sacramento dell'ordine in quanto non c'è la successione apostolica, a differenza degli anglicani che si sono fatti ordinare vescovi da un vescovo valido. Quindi l'eucarestia non è riconosciuta perché colui che celebra l'eucarestia è in pratica un laico.

Sviluppi dopo il Concilio

Nel 1968 si tenne la quarta assemblea del CEC a Uppsala, in Svezia, il motto dell'assemblea era “ecco io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). Si voleva dire qualcosa sull'ingiustizia riguardo la distribuzione dei beni sulla terra, trovare accordo tra rappresentati provenienti da paesi poveri e rappresentanti provenienti da paesi ricchi non era cosa semplice, ma venne intanto ribadito il concetto di ingiustizia di fronte a questa realtà. Venne anche elaborato un programma per combattere il razzismo. Si discusse anche la teologia della rivoluzione, i cui sostenitori invitavano a rovesciare i sistemi ingiusti, e si dibatté sulla questione dell'uso della forza e se questa fosse ammissibile.

Impegno centrale di ogni cristiano deve essere quello all'unità, questo fu il tema della quinta assemblea tenuta a Nairobi, in Kenya nel 1975, il motto era “Gesù Cristo libera e unisce”. Ai problemi della giustizia e della pace si aggiungono ora quelli ecologici e il rifiuto della guerra nucleare.

Da una conferenza del 1982 uscì un documento convergente Battesimo, eucarestia e ministero, redatto dalla Commissione per la fede e costituzione, la cosiddetta Dichiarazione di Lima. Per la parte cattolica presente ai lavori fu un successo il riconoscimento del ministero come costitutivo dell'annuncio della Chiesa.

La sesta assemblea plenaria si tenne a Vancouver, in Canada, fu fortemente caratterizzata da problemi ecologici, dal problema della corsa agli armamenti, il motto era “Gesù Cristo vita del mondo” perché il CEC si concepì non solo come servizio delle Chiese, ma dell'intera umanità.

Nel 1991 a Camberra in Australia la settima assemblea generale, dall'attenzione su temi politici ci si sposta di nuovo sul tema dell'unità, il motto dell'assemblea è stato “Vieni, Spirito Santo, rinnova tutta la creazione”. Il documento L'unità della Chiesa come koinomia: dono e vocazione mise al centro il concetto neotestametario di comunione. Questo concetto era molto caro agli ortodossi, secondo cui l'unità della Chiesa consiste nella comunione delle Chiese orientali, e ai cattolici, dopo il Concilio Vaticano II il nuovo paradigma della Chiesa è quello della comunione.

Nel 1998 ad Harare, nello Zimbabwe abbiamo l'ottava assemblea plenaria del CEC “Ritornate al Signore – Siate lieti nella speranza”, si parlò della spiritualità ecumenica, del ruolo della donna nelle Chiese e degli emarginati. Si discussero inoltre le grandi questioni etiche e sociali dell'umanità.

Nel 2006 la nona assemblea plenaria del CEC avvenne a Porto Alegre, in Brasile, qui vennero decisi alcuni cambiamenti, le decisioni dovevano essere più consensuali, questo per tutelare la parte ortodossa che spesso era stata battuta nelle decisioni a maggioranza. Qui venne approvato il documento Chiamati ad essere un'unica Chiesa. In questa assemblea si affrontarono i temi della protezione delle fasce di popolazione in pericolo, sulla lotta al terrorismo e sui diritti umani, sul disarmo atomico, sulla situazione in America latina, sul diritto dell'acqua, sulla riforma dell'Onu, sulla lotta alle caricature di Maometto, sulla situazione in Uganda.

Nel 2006 al CEC appartenevano 348 Chiese delle tre famiglie confessionali degli anglicani, degli ortodossi e dei protestanti, rappresentando insieme 400 milioni di cristiani. Il CEC si riunisce periodicamente in un periodo che varia dai sei agli 8 anni.

Dopo la grande riforma del 1992 il lavoro programmatico è suddiviso nei seguenti settori:

  1. Unità e rinnovamento
  2. Missione, formazione e testimonianza
  3. Giustizia, pace e salvaguardia del creato
  4. Condivisione e servizio.

Passiamo anche in questo caso ad analizzare la posizione del mondo cattolico.

Risposte del mondo cattolico

Paolo VI da una parte favorì il decreto sull'ecumenismo al Concilio Vaticano II, dall'altra cercò di frenare una crescita ecumenica selvaggia con i direttori ecumenici postconciliari. Ci furono grandi incontri ecumenici e gesti indimenticabili.

Il più grande e importante di questi incontri è di certo quello con il patriarca ecumenico Atenagora, il vescovo di rango più elevato dell'ortodossia. Anche la scelta del luogo è stata la migliore: Gerusalemme, città che unisce tutti i cristiani, così che tutti e due fecero un passo verso l'altro, per questo si evitarono luoghi come Roma o Costantinopoli, si cercò un ruolo che facesse rivivere l'origine comune di tutti i cristiani. Dopo 535 anni finalmente Roma e Costantinopoli si incontrano in una abbraccio a Gerusalemme. I due si impegnarono a ricercare l'unità e ad approfondire e studiare in verità e amore le differenze. Quell'incontro terminò con una preghiera comune: il Padre Nostro.

Dopo 500 anni venne riconsegnata al patriarcato d'oriente la testa dell'apostolo Andrea, altro gesto importante. A questo incontro seguì l'enciclica papale Ecclesiam suam, qui il papa si impegnava a mettere alla prova le forme di pietà cattolica, le norme del diritto cattolico e le tradizioni liturgiche per amore del dialogo ecumenico.

Nell'ultima seduta del concilio del 1965 si celebrò la revoca della scomunica che nell'anno 1054 aveva diviso la Chiesa orientale e quella occidentale.

Paolo VI si incontrò anche con Michael Ramsey, arcivescovo di Canterbury era il primate della Chiesa d’Inghilterra e il capo della comunione anglicana. Il 23 marzo 1966 la televisione diffuse le immagini dell’abbraccio dei due capi delle Chiese, Paolo VI disse che gli anglicani avrebbero avuto sempre diritto di cittadinanza a Roma e le porte sarebbero sempre state aperte. Altro gesto importante da parte del Papa fu quello di togliere il suo anello, segno del potere e metterlo nella mano dell’arcivescovo come regalo.

Il 10 settembre 1969 Paolo VI visita la sede CEC a Ginevra, nel suo discorso esaltò l’importanza del battesimo in cui sono unite tutte le Chiese associate alla CEC e la Chiesa Cattolica. Spiegò come l’unità che Cristo aveva previsto non era quella di parecchie Chiese una accanto all’altro ma di una Chiesa e che unità non equivale a uniformità.

Nonostante ciò l’adesione alla CEC della Chiesa Cattolica non avvenne questo perché:

  1. La Chiesa cattolica non può approvare modelli di unità che non passino per una sola Chiesa, che è quella Cattolica.
  2. Il CEC lavora in maniera democratica la Chiesa Cattolica è invece gerarchica

Nonostante questa decisione il Vaticano continuò ad inviare osservatori alle assemblee plenarie del CEC.

Nel 1965 venne istituita la Federazione luterana mondiale e dalla Chiesa cattolica una commissione di dialogo che nel 1972 pubblicò il rapporto Il Vangelo e la Chiesa su questioni teologiche di principio. L’unità delle Chiese è già data in Cristo, le differenze dipendono da motivi storici.

Nel 1978 il rapporto La Cena del Signore fa il punto della situazione sulle concordanze e differenza sulla questione dell’eucarestia

Del 1981 è Il ministero sacro, in cui si registrarono notevoli convergenze sulla questione del ministero. Il documento evidenzia come il ministero sacro è stato istituito da Cristo.

Del 1985 è L’unita davanti a noi, ancora una volta tratta del ministero. In Chiesa e giustificazione si ebbe il risultato più spettacolare, quello dell’accordo sulla giustificazione, si giunse così alla Dichiarazione comune sulla dottrina della giustificazione “Condividiamo anche la convinzione che il messaggio della giustificazione ci orienta in modo particolare verso il centro stesso della testimonianza che il Nuovo Testamento dà all’attenzione salvifica di Dio in Cristo: essa ci dice che noi, in quanto peccatori, dobbiamo la nostra vita nuova soltanto alla misericordia di Dio che perdona e che fa muovere tutte le cose, misericordia che noi possiamo ricevere soltanto come dono nella fede, ma che non possiamo meritare mai e in nessun modo”4. Uno dei punti più controversi dello scontro tra cattolici e protestanti viene così a cadere, il consenso naturalmente rimane di fondo, e rimangono delle differenze di visione.

Il dialogo con la Chiesa anglicana è stato iniziato da Paolo VI con l’arcivescovo Ramsey. Nel 2005 ci fu poi un documento comune sul ruolo di Maria nel piano salvifico di Dio, qui si riuscì ad ottenere una concordanza anche sull’assunzione di Maria.

L’attenzione alla Chiesa ortodossa si risvegliò dopo il Concilio Vaticano II. Nel 1984 si giunse a un’intesa con la Chiesa ortodossa siriaca. Il dialogo con gli ortodossi fu molto prolifico al punto che nel Codice di diritto canonico della Chiesa cattolica del 1983 si concede ai cristiani ortodossi, a determinate condizioni di accedere ai sacramenti cattolici (eucarestia, confessione, unzione degli infermi), il codice del 1917 proibiva categoricamente ai non cattolici di ricevere sacramenti, tranne il battesimo in articulo mortis.

Lo sviluppo dell’ecumenismo da parte cattolica continuò con Giovanni Paolo II, importante per l’ecumenismo la sua enciclica Ut unum sint (1995). Importante anche l’ammissione della colpa fatta dal papa durante la messa nella basilica di San Pietro nell’anno santo del 2000: “Padre misericordioso, nella vigilia della sua passione tuo Figlio ha pregato per l’unità, dei credenti in lui: essi però, contraddicendo alla sua volontà, si sono opposti e divisi, e si sono reciprocamente condannati e combattuti. Invochiamo con forza il tuo perdono e ti chiediamo il dono di un cuore penitente, perché tutti i cristiani, riconciliati con te e tra di loro in un solo corpo e in un solo spirito, possano rivivere l’esperienza gioiosa della piena comunione. Per Cristo nostro Signore”.

Uno sguardo al futuro

Senza rinunciare alla propria identità la Chiesa afferma di non esaurire tutto il progetto di Dio, si scopre chiamata a riconoscere l'azione dello Spirito al di fuori dei suoi confini visibili. Non solo si è superato l'ecumenismo del ritorno, ma si riconosce l'identità ecclesiale dei separati. C'è una comunione ma imperfetta. Lo sguardo al futuro è quello di un impegno prioritario, sentire la priorità della realtà ecumenica, dell'azione ecumenica.

L'altro aspetto è un problema più tecnico che è quello di trovare una forma di comunione visibile, quale forma per una comunione visibile? Sul piano visibile non abbiamo fatto molti passi. Visibilmente siamo tre Chiese e tre visioni del cristianesimo. Giovanni Paolo II aspettava un gesto verso il futuro riguardo un'unione, invita a proseguire la strada dell'incontro. Il problema è quale forma dare a questa visibilità, tutti vogliono questa unità il problema è quale modello adottare. L'unità nella diversità riconciliata, diventare un'unica Chiesa mantenendo le diversità. Si tratta di riconoscere le diversità confessionali ma ci si propone di uscire dalla reciproca esclusione tramite un progetto di comunione visibile. Non si tratta di togliere verità di fede, non si tratta di procedere per via di eliminazione, ma di arricchimento.

Karl Rahner applica al rapporto tra le diverse confessioni cristiane l'attuale rapporto tra le Chiese locali, estendono lo schema della communio ecclesiarum parlando di una concezione pluralistica delle Chiese, pur restando uniti sul simbolo delle fede, si tratterebbe di rinunciare alla piena convergenza sulla realtà dibattuta, accettandole come interpretazioni legittime. Quali sono queste verità su cui si può transigere? Non è così semplice, un modello come questo va bene per i protestanti, in cui il concetto di Verità è diverso da cattolici e ortodossi. Difficile accettare che vi possano essere delle verità non obbligatorie, non normative sulle quali non incontrarsi nella comunione. Sul piano pratico non si è concretizzato nessun progetto apprezzabile.

Il principio di un'ecclesiologia di comunione da applicare su questo si è tutti d'accordo, dove si tratta di accettare la diversità l'importante è non rendere la diversità un ostacolo all'unità. Unità nella diversità, l'unità non è uniformità, un'unità che si realizza in una ricca diversità.

L'unità non deve essere eseguita sacrificando la verità, perché esiste anche un diritto alla propria identità e alla stabilità della propria identità. Giovanni XXIII invitava a:

  1. Distinguere tra la sostanza immutabile e ciò che invece appartiene al rivestimento culturale. La verità è immutabile non è relativa, ma non coincide con l'immutabilità delle sue interpretazioni. Diventa un compito saper distinguere questi due aspetti.
  2. Il secondo criterio è il rispetto della gerarchia delle Verità, le varie verità non hanno la medesima centralità del mistero rivelato Gesù Cristo, diverso il loro nesso con la fede cristiana. Non si tratta di escludere alcuni dogmi, ma di rilevare una gerarchia, in base all'individuazione di un centro che è Gesù Cristo Dio e uomo, questo è il centro, in base a questo centro c'è una gerarchia delle verità. Questo serve innanzitutto a disciplinare lo studio, e a stabilire una base solida di comunione, se tutte le verità vanno ordinate in base a questo nucleo e su questo ci incontriamo, si apre il dialogo ecumenico.
  3. Il terzo criterio è una certa concreta impossibilità di disporre totalmente della Verità, non la possiamo mai possedere totalmente, la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla Verità, bisogna sempre tendere alla Verità, alla pienezza della Verità. La Verità è data in modo che coloro che già la condividono debbano ancora conquistarla. Ogni definizione qualifica e perde qualcosa. Ogni progresso nella Verità comprende anche una perdita. C'è tutta la corrente apofatica, la teologia della negazione, per cui c'è qualcosa che va oltre ed è importante utilizzare la teologia del silenzio, la teologia apofatica.

C'è bisogno dell'abitudine a comunicare la verità con carità ed umiltà, l'amore della Verità è la dimensione più profonda dell'autentica comunione tra cristiani.


1) Giovanni Paolo II, Tertio Millennio Adveniente, n.34

2) N. Soderblom, Einigung der Christenheit. Tatgemeinschaft der Kirchen aus dem Geist werktatiger Liebe, Halle 1925, p.209

3) Jorg Ernesti, Breve storia dell’ecumenismo, EDB: Bologna 2010, p. 57

4) Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani e federazione luterana mondiale, Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione