Innocenzo III (1198-1216)

 

STORIA DELLA CHIESA

I PONTEFICI

Sulla fine del secolo XII, mentre il papato stava attraversando un periodo critico, la potenza della casa Sveva era invece in ascesa.

                Federico I, sotto il quale l'Im­pero go­deva in Europa potenza e autorità, nel 1184 fece fidanzare e, due anni dopo, sposare il proprio figlio Enrico VI, re di Germania dal 1169 e dal 1186 re d'Italia, con Costanza, figlia di Ruggero II, erede di Guglielmo II re di Napoli e di Sicilia. Tale unione, che ebbe il consenso di Lucio III (1181-85), diede in seguito origine  a un grave conflitto con il papato, scoppiato sotto Celestino III (1191-98)  il quale incoronò Enrico VI il 14 aprile 1191; ma, temendo per l'indipendenza della Santa Sede -in quanto il so­vrano si accingeva a prendere possesso del regno nor­manno- intavolò  trattative con gli avversari, concludendo, nel luglio 1192, a Gravina, un concordato con Tancredi di Lecce, fratellastro del­l'imperatrice.

                La morte di Tancredi di Lecce e la peste sopraggiunta, impedirono il tentativo di conquista del regno normanno, permettendo a Enrico VI di prendere possesso della regione e, nel natale 1194, si fece incoronare re di Sicilia.

                I piani di Enrico VI pre­vedevano di estendere il dominio ger­ma­nico sul Mediterraneo orientale fino alla Siria, con la conquista di Costantinopoli e di tra­sformare l'im­pero in una monarchia ere­ditaria degli Hohenstaufen. Ma la morte lo colse ad appena 32 anni a Messina (28 settembre 1197).

                Quando, il 27 novem­bre 1198, venne a morire l'imperatrice Costanza, vedova di Enrico VI, il papa divenne tutore dell'infante  Federico II  e su­premo signore del re­gno di Sicilia. Era allora papa Innocenzo III (1198-1216),  succeduto a Celestino  III. 

                Lotario di Segni, ad appena 38 anni divenuto papa col nome di Innocenzo III, si era formato a Roma, presso il mona­stero di S. Andrea al Celio; quindi era pas­sato alla scuola teologica di Parigi, poi aveva studiato diritto  a Bologna.

                Poco prima della sua elezione, si era di­stinto per la sua attività  letteraria, avendo scritto due opere celebri nella dottrina dei successivi secoli medievali: il De miseria humanae conditionis, un trattato ascetico-morale sulla condizione dell'uomo e il De missa­rum mysteriis, un commento li­turgico alla messa, con una trat­tazione sul sacra­mento dell'Eucare­stia.  Inoltre la sua partecipazione agli affari della Curia era stata assai attiva.

                Il momento politico  era assai difficile in quanto, in Germania, c’era stata una doppia elezione.

                I fautori della casa degli Staufen, l'8 marzo 1198, elessero im­peratore Filippo, fratello del de­funto Enrico VI; altri principi, tra cui l'arcivescovo di Colonia che doveva consacrare il re di Germania, elessero il 9 giugno Ottone IV, figlio di Enrico duca di Baviera. Quest’ultimo ebbe l'appoggio dello zio Ricccardo cuor di Leone, re d'Inghilterra; Filippo di Svevia quello di Filippo Augusto, re di Francia.

                Innocenzo III, inizialmente, si man­tenne neutrale. Quindi intervenne a fa­vore di Ottone IV, esponen­done le ragioni in un concistoro segreto del 1200.

                Il che suscitò la reazione dei principi tedeschi che accusarono il papa di aver usur­pato il loro diritto di elettori. Quindi, nonostante il riconoscimento del papa, con­tinuò la lotta tra i due pretendenti, trasci­nando la Germania nella guerra civile; finché, dopo l'uccisione di Filippo II (1208), il papa insistette presso i principi te­deschi e tutti si misero dalla parte di Ottone IV, il quale sposò la figlia del suo avver­sario Filippo.

                Ottone IV, prima di partire per Roma, per l'incoronazione im­pe­riale, sotto­scrisse un documento -dichiarazione di Spira, 22 marzo 1209- in cui riconosceva piena libertà alla Chiesa, nonché i suoi pos­sessi territoriali. Giunto a Roma, fu in­coronato il 4 ottobre 1209.

                Ma, all'epoca, già erano iniziate alcune divergenze tra Innocenzo III e Ottone IV, che si aggravarono nei mesi successivi. Il nuovo impe­ratore cominciò infatti ad occupare alcuni territori, tradizionalmente appartenuti al papa: nel 1210 invase il Patrimonio, quindi passò la frontiera del Regno di Sicilia ed avanzò verso il Sud, prendendo Capua, Napoli, Salerno.

                Innocenzo III reagì, scomunicando Ottone IV (18 novembre 1210);  quindi appoggiò la candidatura all'impero di Federico II, il figlio di Enrico VI e di Costanza, di cui il pontefice era tutore e che si trovava in Sicilia. Federico II fu proclamato re dei Romani nella dieta di Norimberga, del settembre 1211; quindi, con l'aiuto del papa, si recò in Germania dove fu eletto imperatore il 5 dicembre 1212.

                Di nuovo fu guerra civile e la lotta dei due partiti nella battaglia di Bouvines, presso Lilla (27 luglio 1214), dove Ottone fu sconfitto, fu decisa a favore di Federico II. Dopo di che Federico II fu di nuovo incoronato ad Aquisgrana, nel luglio 1215.

                  Sotto Innocenzo III il papato raggiunse l'apogeo  della sua po­tenza politica e i sovrani d'Europa, a gara, facevano omaggio dei loro regni al vicario di Cristo.

                Il che ha spinto alcuni storici ad at­tribuire a Innocenzo III una Weltherrschaft. Tra i testi addotti, a ri­prova della loro tesi, figura la bolla del 24 febbraio 1204,  con la quale Innocenzo III con­cesse la corona e il titolo regale a Calojanne, sovrano di Bulgaria e di Valacchia (PL 215, 277-280).

                La concessione era le­gittima e opportuna perché il re aveva chiesto insistentemente la corona al papa; e, da parte del pontefice, si trattava di ricondurre in seno alla Chiesa romana po­po­lazioni che Costantinopoli aveva sottratto alla giuridizione del papa. Nell'arenga si dice che il Re dei re ha costituito il romano ponte­fice "super gentes et regna" e venendo ad enunciare le ragioni che in­ducono il papa a concedere la corona regia dice:

                "cum igitur licet im­meriti eius vices ge­ramus in terris qui dominatur in regno hominum et cui voluerit dabit il­lud, utpote per quem reges regnant et principes dominantur (...) re­gem te statuimus super eos".

                Sottolineando  come questi atti di giuri­sdizione  temporale avevano un fon­damento teologico,  Innocenzo III giu­stificava così quanto com­piva nel temporale, in quanto esten­deva al vicario di Cristo la prerogativa propria ed esclusiva di Gesù Cristo stesso, su­premo Signore del mondo.

                Innocenzo III non iden­tifica tuttavia la pote­stà regale di Cristo con quella del papa suo vi­cario.

                Scrivendo infatti, nel 1205, al vescovo di Fermo accenna, nel­l'arenga, alla regalità terrena di Cristo nei termini:

                "Licet pontifica­lis auctoritas et imperialis potestas diversae sint dignita­tes, et of­ficia re­gni et sacerdotii sint distincta, quia tamen Romanus Pontifex illius agit vices in terris qui est rex regum et dominus domi­nantium sacerdos in aeternum secundum ordinem Melchisedech, non solum in spiritualibus habet summam, verum etiam in temporalibus ma­gnam ab ipso Domino potestatem” (PL 215, 767).

                Oggetto è il do­mi­nio temporale della Santa Sede che gli è dato "ab ipso Domino" e scopo immediato di Innocenzo III è con­ferire le regalie tem­porali al vescovo marchigiano. Da qui la distinzione dei due poteri; di­stin­zione che però non impedisce che il papa, perché vicario di Cristo, re e sacerdote, ab­bia "non solo un potere sommo nelle cose spiri­tuali, ma anche uno grande in quelle tempo­rali dal Signore nostro".

                L'autorità temporale del papa è detta grande, mentre somma è quella spirituale del papa, nonché la stessa autorità temporale di Cristo-re.

                 A fondare la distinzione dei due poteri era stato papa Gelasio e lo aveva fatto nel Thomus de anathematis vinculo (ed. Thiel, 567s) dove si afferma che Gesù Cristo realizza in sé il tipo di Melchisedech, re e sa­cerdote e, come la sua antica figura, Gesù è rivestito di una dignità re­gale terrena e non solo spirituale". Questo passo fu poi inserito da Graziano nel suo Decretum.

                Il po­tere grande nel temporale, che Innocenzo III rivendica al papa, si riferi­sce allo Stato della Chiesa. Egli, subito dopo la sua elezione, aveva cercato di riconquistare i diritti perduti o minac­ciati.

                I domini tem­po­rali della Chiesa non formavano un vero Stato, erano diversi e slegati fra di loro; alcuni erano dominati da signori te­deschi, la­sciati dall'imperatore  Enrico VI; altri ave­vano proclamato l'auto­nomia comunale. Da qui i successivi interventi,  in quanto Innocenzo III ri­teneva che il potere sui pos­sedimenti della Chiesa venisse alla Santa Sede dal Signore stesso. E tut­tavia distingue chia­ramente i due poteri: chiama sommo quello spiri­tuale, quindi uni­versale; mentre il temporale lo dice grande e riguarda solo il Patrimonio di S. Pietro.

                Del resto che papa Innocenzo non ebbe mire imperialistiche  lo si evince già dalla prima lettera inviata ai prin­cipi di Germania (PL 216, 998), in cui sottoli­nea il suo rispetto per i di­ritti dell'impero e il suo desiderio di collaborazione  e unione;  mentre, contestualmente, riferisce le parole della lettera di s. Pietro, cioè la di­scendenza del Signore da stirpe regale e sacer­dotale e la sua doppia di­gnità sa­cerdotale e regale a fondamento della distinzione dei due po­teri.

                Stessa la nozione che compare nell'arenga della lettera inviata a Giovanni d'Inghilterra il 4 no­vem­bre 1213:

                "il Re dei re e il Signore dei signori, Gesù Cristo, sa­cerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedech, ha stabilito in tal modo il regno e il sacerdozio nella Chiesa, come attestano nel­l'epistola Pietro e Mosé nella legge" (PL 216, 923-924).

                Il Redentore è dunque la causa della concordia dei due po­teri. Dall'idea  della concordia tra sacerdozio e regno, Innocenzo III passa a quella della preminenza del papa nella Chiesa.

                Chiaro il riferi­meno al po­tere spirituale, tanto che la lettera così prosegue:

                “mosso dalla considerazione di tale autorità, re Giovanni ha stabilito di sotto­mettere i suoi regni anche temporalmente (temporaliter) a colui cui sapeva essere soggetti spiritualmente (spiritualiter). Per cui quelle pro­vincie che una volta ebbero la Chiesa romana come pro­pria maestra nelle cose spirituali (propriam in spiritualibus ha­buere magistram), ora la ab­biano come speciale signora anche nelle temporali (in temporali­bus dominam ha­beant specialem)”.

                Nel panegirico di s. Silvestro, fatto al popolo (PL 217, 481-83), par­lando della dignità del Santo, Innocenzo III aveva ricordato la leg­genda di s. Silvestro, la presunta donazione di Costantino, il parti­colare del diadema, rifiutato da Silvestro e sostituito dall'aurifrigio -che diverrà prima tiara quindi  triregno- per poi passare a parlare della superiorità del sacerdozio sul re­gno, superiorità dedotta dal­l'uso li­turgico della mitria in confronto della tiara, raramente por­tata dai ponte­fici, nei termini:

                "Romanus itaque pontifex in signum imperii utitur regno, et in signum pontificii utitur mitra; sed mitra semper uti­tur et ubicunque; regno vero, nec ubique, nec semper: quia pontifi­calis auctoritas et prior est et dignior et diffu­sior quam imperialis"(PL 481 D - 482 A).

                Siamo dunque lungi dalla Weltherrschaft che gli si attribuisce, anche se l'ac­cenno a s. Silvestro, insignito  della dignità imperiale da Costantino, viene a rap­presentare l'esempio più com­piuto del Vicario di Cristo che è re e sacerdote, de­si­gnando così nella persona del papa l'u­nione dei due poteri a motivo della dona­zione  di Costantino.

                Un altro ac­cenno al potere terreno del papa si trova nel III Sermone per l'an­ni­versario della incoronazione: quivi l'accento è posto sul potere spiri­tuale: la mitra e la corona, cioè il copricapo papale fanno ri­cordare a Innocenzo III che egli è stato costituito vicario di Cristo che è sacerdote e re; tut­tavia egli non afferma che il titolo di vi­ca­rio porti con sé un di­ritto del papa sul regno, oltre che sul sacer­dozio. Ma poi­ché la corona (poi tiara) è precisamente l'insegna data da Costantino a Silvestro, come segno della sua donazione, ne con­segue che il pontefice intende come dote materiale della Chiesa romana i possessi ricevuti con la falsa do­nazione, i quali an­che co­stituiscono il fondamento della re­galità terrena del papa.         

                Per chiarire meglio i rapporti che intercorrono tra Pietro e Cesare, Innocenzo ricorre ai simboli, che ebbero poi tanta fortuna, del sole (papato) e della luna (Impero) e delle due spade: ambedue spettanti, di diritto, al pontefice che usa però solo la spirituale, mentre l'uso della spada temporale è concesso all'im­peratore come advocatus Ecclesiae. Al ponte­fice è riservata, di di­ritto, solo l'ingerenza nelle que­stioni spirituali; tut­tavia, ratione et occasione pec­cati, cioé per quel su­premo controllo su tutte le azioni umane rispetto alla morale e alla legge divina, che è nei suoi doveri, ha la potestà di intervenire in ogni que­stione anche tempo­rale.

                Alla chiara distin­zione tra autorità di Cristo e autorità del suo vi­cario, per­verrano invece alcuni teologi della seconda metà del secolo XIII; mentre trarrano conclusioni ierocratiche altri autori, sempre del secolo XIII, come Giovanni di Dio che dà al papa ambe­due i poteri per­ché tiene il luogo di Dio.

               

La crociata contro i catari

 

                Sulla Chiesa incombeva il pericolo dell’eresia  catara; i più minacciosi erano gli albigesi, i Catari della Francia meridionale, appoggiati com’erano dalla locale borghesia.

                Innocenzo III, nel suo primo anno di pontificato (1198), inviò dei ci­stercensi in qua­lità di legati; ottenne però scarsi risultati  e quando, nel 1208, Pietro di Castelnau, cistercense, legato papale, fu as­sassinato il pontefice indisse allora, con­tro i catari, una crociata.

                Questa ebbe inizio sotto la direzione militare del conte Simone di Montfort ed ecclesiastica del legato papale e durò dal 1209 al 1229, quando si giunse alla pace di Parigi.

                 All'epoca la Francia meridionale era stata ormai tutta devastata: l'eresia era stata infranta e tuttavia ri­manevano al­cuni focolai che però furono debellati non dalla lotta armata e dall'a­zione repressiva dell'inquisizione, bensì dalla predicazione itine­rante dei francescani e dei domenicani,  due Ordini mendicanti sorti pro­prio men­tre il Concilio Lateranese IV (1215) proibiva la fondazione di nuovi Ordini.

 

 

 

La IV crociata, o dei baroni

 

                Innocenzo III, sin dall'inizio  del suo pontificato aveva anche ripreso l'i­dea della crociata per la quale, con bolla 'Graves orientalis' del 31 di­cembre 1199, elaborò un piano di finanziamento sulla base di una tassa imposta a tutti gli ecclesiastici.

                A predicare la crociata e a mendicare questa tassa fu Folco di Neuilly, che era stato pievano di una par­rocchia di campagna, il quale, in seguito, lanciò una spedizione che finì per annientarsi dulle coste della Spagna.

                La quarta crociata, detta dei Baroni, uffi­ciale in­trapresa per liberare il Santo Sepolcro, trattò con i Veneziani e terminò nel saccheggio di Costantinopoli.

                I Crociati si raccolsero a Venezia nel 1202 e per pa­gare il nolo, al­l'insaputa del pontefice, si accordarono promettendo ai Veneziani l'aiuto nella conquista di Zara che apparte­neva al re d'Ungheria. Quindi, su con­siglio di Enrico Dandolo, doge di Venezia, di nuovo si unirono ai Veneziani per cacciare da Costantinopoli Alessio III, che aveva usurpato il trono di Isacco l'An­gelo e, il 17 luglio 1203, rimisero sul trono Isacco. Questi si era impegnato a dare una somma di denaro, a riconciliare  la Chiesa greca con la Chiesa ro­mana, non­ché a partire egli stesso per la crociata. Ma le promesse non potevano essere mantenute, anzi la popolazione si rivoltò con­tro lo stesso imperatore. A questo punto i crociati di nuovo asse­diarono la città e, dopo averla saccheggiata, nomina­rono impera­tore Baldovino, conte di Fiandra. Bonifacio di Monferrato, capo della crociata, divenne re di Tessalonica occupando la Macedonia e la Tessaglia, mentre i Veneziani si presero molte isole  e tutto il versante greco del mare Jonio.

                Sorse così l'Impero latino d'Oriente, con un patriarcato latino (1204). Finì in questa maniera la IV Crociata che Innocenzo III aveva approvato, convinto che produ­cesse l'unione della Chiesa e fosse valido aiuto per la conquista della Terra Santa.

                Così dopo la spinta ideale reli­giosa, sorta in un'Europa uscita rinnovata dal mo­vimento riformatore e dalla lotta per le investiture, erano prevalsi gli interessi po­litici ed eco­nomici. E solo quest'ultimi vinsero: continuò infatti l'occupazione eco­no­mica da parte delle città marinare che scambiavano i prodotti orien­tali con i prodotti e il denaro d'Europa. Continuò anche l'oc­cupazione politica dell'Oriente da parte dei Latini  -dal 1204 al 1261- e lo stesso Bisanzio finì sotto la sovranità di un impero la­tino d'Oriente con la conseguenza che questa latinizzazione, impo­sta dagli Occidentali, finì per approfondire l'ostilità dei Greci verso gli Occidentali.

                Innocenzo III, che morì nel 1216, non poté vedere la V cro­ciata, che tutta­via preparò, nel 1215, affidandone la predicazione a Roberto di Courçon, legato della Santa Sede: è la crociata di Giovanni di Brienne, iniziata nel 1219 e che non andò oltre la con­quista di Damietta.

                In precedenza v'era stato un moto, che si riallaccia alle cro­ciate popolari, le cosiddette crociate di bambini.

                Nel giugno 1213 un giovane pastore di Vendôme, di nome Stefano, credette di es­sere stato desi­gnato da Dio a condurre i cristiani in Palestina. Riuscì a reclutare un migliaio di bambini che sal­parono da Marsiglia, ammassati in galere, due delle quali fecero nau­fragio e le altre rifornirono di schiavi Alessandria e la costa africana.

                Contemporaneamente un bambino tede­sco, di nome Nicola, an­nunciò di voler creare il regno della pace in Palestina e ventimila fanciulli, ai suoi ordini, si diressero verso Brindisi. Molti morirono di fame e di stanchezza; pochi fecero ritorno al loro paese.

 

Il concilio lateranense IV

 

                La maggior opera di Innocenzo III, fu indubbiamente il concilio Lateranense IV. Duplice lo scopo che il pontefice si era prefisso, convocando questo concilio: la riforma della Chiesa, intesa come rinnovamento dei co­stumi del popolo e del clero e la cro­ciata, quale impresa del populus christianus, rappresentato dal concilio stesso.

                Aperto l'11 novembre 1215, alla presenza di 412 vescovi e più di 800 abati e priori, si tennero tre sessioni -l'ultima il 30 novembre- nelle quali furono promulgate 71 costituzioni.

                Le prime tre costituzioni sono dot­trinali: si inizia con una una professione di fede; la seconda costitu­zione  condanna un opuscolo di Gioacchino da Fiore che aveva attaccato la dottrina trinitaria di Pietro Lombardo e inoltre gli errori di Amauri di Chartres, eretico pantei­sta ed apocalittico, messo al rogo a Parigi nel 1210.

                La terza, tratta della repressione delle  eresie, stabilendo le pene da applicare agli eretici e ai loro favoreggiatori e il modo di ricercarli. Seguono ca­noni disciplinari riguardanti l'organizzazione  ecclesiastica.

                Importante la costituzione  6, che stabilisce la periodicità annuale dei concili pro­vinciali e dei sinodi  diocesani.

                Questa costituzione -come ha osservato Michele Maccarrone- si situa "in una organica concezione della struttura sinodale della Chiesa, in tre gradi connessi e dipendenti: concilio generale, conci­lio provin­ciale annuale e sinodo diocesana, o episcopale, anch'essa annuale". Questa triplice struttura sinodale, pro­pria della prassi e della normativa della chiesa antica (Decretum, Magistri Gratiani, Dist. XVII e XVIII col. 50-58), nel secolo XV sarà ribadita e precisata con grande chia­rezza, sia pure nella visione conciliarista af­ferma­tasi a Costanza, dal concilio di Basilea, che ne trattò ampiamente nella XV sessione, del 26 novembre 1433. Non sappiamo però se la pe­rentoria norma della costituzione 6 del concilio lateranense IV che, sotto pena di sospensione dall'ufficio,  imponeva ai vescovi metropoli­tani e ai vescovi diocesani rispettiva­mente la celebra­zione annuale dei concili provinciali e delle sinodi epi­scopali, sia stata sempre e dovun­que regolarmente osservata. Certo è che, sia in Italia che negli altri pa­esi dell'Europa, si assistette, nei secoli XIII e XIV, ad una fioritura di questa antica istituzione,  che va attri­buita -come osserva il Maccarrone- "al benefico influsso della cost. 6 del IV Lateranense".

                La novità rivoluzionaria, introdotta da questo concilio, è la pa­storale sacramentale. Nella cost. 27, mutuando da Gregorio Magno l'e­spres­sione ars artium, da lui coniata per un regimen animarum, il con­cilio

                "comanda fermamente ai vescovi  di istruire dili­gentemente quelli che devono essere pro­mossi al sacer­dozio e di inse­gnare loro diretta­mente, o per mezzo di persone ca­paci, quanto attiene alla valida cele­brazione dei divini uffici e al­l'amministra­zione dei sa­cramenti", e con­clude che "è preferibile avere pochi e buoni ministri che molti e cat­tivi".

                Fa il paio, con questa, la costituzione 11, che tocca il pro­blema dell'istruzione  del clero, disponendo, in ogni chiesa catte­drale, l'istitu­zione di un mae­stro per gli ecclesiastici  e, in quelle arcive­scovili, l'isti­tuzione di un teologo che insegni teologia.

                Tuttavia, per la formazione del clero delle campagne, fino ol­tre il concilio di Trento, rimase in vi­gore l'apprendistato presso le pievi; mentre per un pro­gramma di ri­qualificazione continua del patrimonio specifico di cono­scenze del clero, con cura d'anime, si utilizzò il sinodo locale.

                Concernono la cura animarum le costituzioni  9  e 21. La prima prescrive il rispetto della lin­gua e del rito dei fedeli nelle regioni a popolazione mista.

                La costitu­zione 21, Omnis utriu­sque sexus, introduce l'obbligo della confessione annuale e della comunione a pa­squa, legandolo però al controllo del proprius sacerdos. In seguito la legislazione  sinodale  stabilirà che il sa­cerdote in cura di anime dovrà trasmet­tere al vescovo la lista dei non adempienti e si baserà su quel rap­porto annuale per il censimento dei suoi parrocchiani.   

                La cost. 62 raccomanda di non ammettere religiosi e predica­tori non ap­provati;  e la 66 proibisce le tasse per funerali e ma­tri­moni, ma ammette l'offerta.

                Questo concilio  affronta così temi fon­damentali del­l'apostolato sacerdotale, come la predicazione dei sacer­doti in cura d'anime, l'istruzione religiosa del popolo e l'e­sercizio della carità.

                Di lì a qualche anno per questi compiti di base della pastorale, in particolare per la predicazione e la confessione, specie in Italia, si veri­ficherà però una supplenza da parte degli ordini mendicanti, identifi­cati già da Gregorio IX con i "viri idonei", "coadiutores et cooperatores" cioè i supplenti dei vescovi per l'uf­ficio previsto dal Lateranense IV con il can. 10: il "De predicatori­bus in­sti­tuendis", che raccomanda appunto l'istitu­zione, in ogni diocesi, di gruppi di sa­cer­doti secolari, viventi in comune, alle di­rette dipendenze del vescovo e dediti alla predicazione e al mini­stero spirituale nelle chiese.

                La cost. 12 regola la vita monastica benedettina stabilendo, sul modello ci­stercense, capitoli generali trien­nali al fine di rac­cogliere tutti gli abati di una pro­vincia o di un regno. La stessa mi­sura fu poi applicata ai Canonici Regolari, che però, dopo la fiori­tura del sec. XII, erano in declino. Negli altri ordini religiosi, Cistercensi, Premostratensi, Giovanniti, Templari ecc. lo stesso Innocenzo III aveva favorito la loro disciplina, accentuando la vigi­lanza e l'intervento della Santa Sede.

                La cost. 13 è divisa in due parti: la prima proibisce la fondazione di nuove comunità religiose "Ne nimia religio­num diversitas ... quicunque volue­rit ad religio­nem converti, unam de approbatis assumat". La seconda, estende alla Chiesa universale alcune proibizioni emanate dal concilio di Parigi del 1212: ai monaci si proi­biva di cambiar sede e agli abati di stare a capo di più monasteri, proi­bizioni che del resto risponde­vano al rigido principio della Regola di s. Benedetto che imponeva la stabilitas in congregatione.

                Più importante la prima parte, che ri­guarda la fonda­zione di nuovi ordini. Il pontefice, che nel 1210 aveva  oralmente ap­provato la regola di s. Francesco, volle porre un limite alle richieste di approvazione (firmiter proibemus), in­diriz­zando le nuove fondazioni religiose nelle regole già esistenti (di s. Benedetto  e s. Agostino -che or­mai dominavano la vita religiosa re­golare dell'occidente-  e di s. Basilio, osservata nei monasteri di lin­gua e di rito greco), lasciando però ad ognuno la libertà di vita e di organizzazione (le institutiones, cioè le forme di vita -sia mona­stica che canonicale- che costitui­vano una spe­cificazione, rispetto alla regola). La costitu­zione lasciava piena libertà alle nuove fon­dazioni di darsi propri ordina­menti (consuetudines, ob­servantiae, statuta, proposita), ma vietava nuove religioni che godevano privi­legi ed esen­zioni e una propria e ri­conosciuta disciplina. E ciò per­ché la "religionum diversi­tas" causava una grande confusione nella Chiesa e pertanto era motivo di scan­dalo.

                Tra gli altri canoni del Lateranense IV, va segnalato quello che proibisce l'u­sura agli ebrei ai quali, per di più, il concilio im­pone uno speciale distin­tivo e l'isolamento dai cristiani.

                 Quanto ai rapporti tra S. Sede ed episcopato, altro capitolo della riforma della Chiesa, con Innocenzo III si intensificano ed aumentano gli interventi sui ve­scovi a proposito di elezioni, tra­slazioni e deposi­zioni.

                Metropoliti e gli arci­vescovi, eletti ca­nonicamente dai loro suffraganei, dovettero piegarsi a richiedere il pallium a Roma per eser­citare la loro autorità. Innocenzo III tuttavia adottò la politica di dare maggiore poteri ai vescovi sia con le delegazioni permanenti (delegati a jure), sia affidando loro incari­chi di riforma e di giudici  (giudici  dele­gati).     

                Avendo un'idea piuttosto astratta dei mali della Chiesa del suo tempo, Innocenzo III era convinto di porvi rimedio semplice­mente applicando i canoni conciliari di riforma.

                Il Concilio late­ranense IV è indubbiamente una tappa essenziale di quel generale processo di riorga­nizzazione pastorale, caratterizzsato da una li­nea di attenzione verso le esigenze religiose di fondo del popolo cristiano, quali si erano venute prospettando in conseguenza degli esiti della riforma gregoriana e dei nuovi sviluppi della società. Erano tuttavia diminuiti i grandi mali del concubinato e della si­monia; men­tre ciò che mancava, e neppure Innocenzo III riuscì a dare, era un piano organico di riforma dell'orga­nizzazione diocesana che per­mettesse al ve­scovo di controllare e di di­rigere la vita religiosa del clero e dei fedeli, facendone il vero capo della diocesi. Si sviluppa invece la tendenza opposta: ogni organismo ecclesiastico rivendica una propria autonomia: così il capitolo catte­drale, l'arcidia­cono, i monasteri esenti, gli stessi ordini mendicanti.