TESTIMONIANZE CRISTIANE

 

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Esegesi

 

I Vangeli

 

Le beatitudini

 

Mt 5,1-11 il parallelo in Luca è 6,20-23, un discorso di duplice tradizione, non lo troviamo né in Giovanni, né in Marco, normale che non ci sia in Giovanni, strano invece che ci sia un brano così importante per il cristianesimo che non troviamo in Marco. In Matteo abbiamo 8 beatitudini, in Luca 4. Nel vangelo di Matteo le beatitudini inaugurano un discorso, è il discorso programmatico di Gesù. In Luca si riscontrano non all’inizio ma quando ormai questa vita pubblica è già cominciata, il discorso della montagna in Matteo in Luca diviene in pianura. Quale dei due brani ha la priorità storica? Quale sia il più originale. In Mt 5,1-2 abbiamo il contesto storico delle beatitudini, in Luca questo contesto storico è narrato in molto più semplice, c’è una prosa più naturale, Matteo dà un contesto storico quanto mai solenne. Alla brevità prosaica del vangelo di Luca fa da contraltare la solennità di Matteo. Gesù sale su la montagna, questo contrasta con la pianura di Luca. Matteo non ci dice quale monte, dalla storia del cristianesimo sapremo che è il Tabor, ma qui non ce lo dice, qui troviamo un luogo teofanico molto importante, la montagna per tutto il Vecchio Testamento, ma soprattutto per l’Esodo è il luogo della rivelazione di Dio. Non è tanto l’uomo che si innalza verso Dio ma Dio che si abbassa verso l’uomo e lo incontra sul monte.

Ciò che Gesù ha annunciato della legge ora è portato a compimento, Gesù non è venuto ad abrogare la legge ma a compierla, la legge non è affatto abrogata, tutto il discorso della montagna ci fa cogliere come la legge è deutoronomizzata, la prospettiva delle beatitudini è deuteronomistica, cioè di un interiorizzazione della legge. Come interiorizzare la legge o i comandamenti, Gesù quindi non ci indica una nuova via, ma la via per portarla a compimento.

Il problema non è il numero delle beatitudini, ma che non hanno la funzione di sostituire i comandamenti, ma come i comandamenti e tutta la legge deve essere interiorizzata, la legge non è affatto abrogata nelle beatitudini.

 

La struttura formale delle beatitudini

 

È molto semplice, le beatitudini vengono anche chiamate macarismi è mutuato proprio dal primo termine “beato”, secondo elemento è il destinatario, terzo la risposta. La struttura delle beatitudini è tipicamente semitica, tutte le beatiduni anche antico testamentarie hanno questa formulazione, il soggetto della beatitudine seguito poi da una motivazione. Gesù usa quindi un modello già diffuso, nei libri sapienziali e nei salmi abbiamo sempre diffusa questa comunicazione, la beatitudine, il macarismo non è stato inventato da Gesù, il genere utilizzato non è originale, se mai diverso è il contenuto e i destinatari, ma il genere letterario è lo stesso.

In corrispondenza con le beatitudini abbiamo le maledizioni, il genere letterario non è composto solo del positivo, ma anche dalle maledizione, o dal guai. Ne è prova il fatto che Luca in parallelo ci riporta anche le maledizioni, mentre queste Matteo le porterà più avanti. Luca li racconta insieme perché probabilmente Gesù ha pronunciato dal versante storico sia il positivo che il negativo, ma per Matteo è importante l’orizzonte positivo, il discorso della montagna è un discorso che è fatto soltanto in positivo, si tratta non di una istanza umana, ma di Dio, si tratta di un messaggio tutto positivo. Matteo non riporta le maledizione perché le beatitudini intendono essere indirizzate a tutti perché diventino discepoli, le beatitudini quindi non sono un messaggio consolatorio, ma sono il programma del cristiano, sono il messaggio positivo che intende sottolineare quale è la giustizia di Dio. Le beatitudini non hanno un prospetto escatologico, tanto è vero che il verbo usato è il presente, chi è oggi il beato, questo è quello che interessa Matteo. Non è il presente a essere eletto nell’orizzonte del futuro, ma il futuro nell’orizzonte del presente. Le beatitudini ci dicono cosa sia necessario fare per accogliere la legge.

 

Livello gesuano delle beatitudine

 

Quale è il nucleo storico delle beatitudini? Se sono state dette da Gesù perché Marco non le riporta? Il testo più vicino alle beatitudini dette da Gesù è quello lucano, abbiamo già notato che Matteo le ha riformulate, in Luca sono invece un messaggio tra i tanti, il discorso programmatico in Luca c’è nel discorso di Gesù nella sinagoga, le beatitudini in Luca non sono il cuore, non vuol dire che non siano importanti, ma non sono centrali come in Matteo. Dal versante storico più vicino all’avvenimento è Luca, e questo si riscontra dal fatto che per Luca i poveri non sono i poveri in spirito, ma proprio gli affamati, certamente quindi Gesù ha lanciato un messaggio di incoraggiamento per le folle.

La lezio più breve è quella di Luca e storicamente in genere quella più breve è quella più storica, Matteo tende a teologizzare le beatitudine, Matteo tende a spiritualizzarle, Matteo non ci parla di poveri e basta ma di poveri di Spirito. A livello storico Gesù realmente ha pronunciato delle beatitudine ma quasi sicuramente anche dei guai a chi non fa proprio il messaggio delle beatitudine, quanto è importante evidenziare è che non si tratta di categorie di persone contrapposte ma di scelte che riguardano la sequela di Cristo. La missione di Gesù per i poveri caratterizza anche il vangelo di Marco, da questo versante rappresentano un argomento proprio della vita di Gesù. Gesù non ha detto le beatitudini così come ha detto Matteo, molto probabilmente sono quelle di Luca le più vicine a Gesù.

Prima Beatitudine

Mt 5,3 “beati i poveri di Spirito

Lc 6,20 b “beati i poveri

 

Il termine beati è molto compromesso, Gesù non sta riconoscendo uno stato di passività, non ci troviamo di fronte a uno stato passivo o negativo, ma ad un’istanza positiva e attiva, dice un impegno un’esortazione a proseguire nonostante la condizione negativa o di cattività. La traduzione non rende bene beati, nella concezione gesuana delle beatitudini c’è un’esortazione non solo uno stato.

            In Luca il termine “poveri” non ha alcuna specificazione, in Matteo invece ha la specificazione “in spirito”. Nel vangelo di Luca i poveri svolgono un ruolo dominante, “poveri di Spirito” si riferisce invece alla condizione interiore di povertà. Queste due opportunità sembrano distanti tra loro, una prospettiva segnatamente sociale per Luca, segnatamente morale per Matteo. Questa beatitudine si colloca dopo che Matteo e Luca hanno raccontato i poveri a cui si riferiscono.

Partiamo dal livello sociale, il povero è colui che non ha diritto, o non gode del diritto sui suoi beni, chi non ha una terra, la povertà in quanto tale non è un bene, questo è il dato biblico, la povertà in quanto tale non è un bene, in quanto è l’impossibilità di godere di determinati diritti naturali, non può difendersi, non può pagare un avvocato, la povertà quindi né nell’Antico né nel Nuovo Testamento è considerata un valore.

Può diventare valore quando è visto in due contesti essenziali: nell’orizzonte della sequela, se Gesù chiede al giovane ricco di lasciare i suoi beni è per seguirlo, è la scelta della povertà per seguirlo, da qui si spiega il valore positivo della povertà, diventa importantissima nella prospettiva della sequela, accanto a questa prospettiva di Matteo e di Marco, Luca aggiunge la povertà come scelta di condivisione, si è poveri perché si condivide ciò che si ha, senza questo la povertà sarebbe un disvalore, diventa valore invece quando offre l’opportunità di una condivisione vera, questa condivisione diventa il riconoscimento di una povertà singola, propria, c’è qualcosa che manca a qualcuno altrimenti non ci sarebbe condivisione, prospettiva ecclesiale, comunitaria. Altro orizzonte è quello paolino, la povertà vista come anticipazione, attestazione di un oltre che relativizza i beni. Se c’è una scelta di povertà è perché i beni di questo mondo sono considerati qualcosa che finisce, non portiamo nulla di ciò che abbiamo oltre l’evento della morte.

Queste tre dimensioni rendono la categoria dei poveri in termini positivi. Diventano possessori del regno perché sono realmente poveri e scelgono di seguire Cristo e condividere la loro condizione con altri e di anticipare il relativo della ricchezza. Quindi significa che in quanto tale la ricchezza è positiva, diventa negativa quando mette in discussione questi discorsi. In questa rivisitazione della categoria per Luca i poveri sono realmente poveri, da questo versante il discorso programmatico di Gesù, Lc 4,18 (“Lo Spirito del Signore è sopra di me;  per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto  messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, [19]e predicare un anno di grazia del Signore.”), in cui Gesù attualizza l’oracolo di Is 61,1-2 (“1]Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, [2]a promulgare l'anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti,”) è emblematico, Gesù è mandato a evangelizzare i poveri, la povertà che Gesù incontra è sociale e la rende nella prospettiva della sequela una povertà positiva, con Matteo abbiamo una certa teologizazione della prospettiva lucana. Non sta mettendo in discussione che i poveri siano realmente poveri, ma che il povero per l’Antico Testamento è l’ani, cioè colui che sa che nella condizione di povertà gli verrà la salvezza.

Matteo ci dice che la condizione di povertà diventa positiva quando è di Spirito, quando cioè si attende un riscatto della sua condizione di povertà, i poveri di cui sta parlando sono in Giuseppe, in Maria, nei pastori che attendono una salvezza dal salvatore. Il termine “di Spirito” non spiritualizza la povertà ma la orienta, il povero se è povero perché tale non è beato per niente, quelli che non si attendono da Dio nulla, che non hanno fiducia nel Signore, quelli non sono beati per nulla. Il verbo della prima beatitudine ci fa cogliere l’orizzonte presente, “di essi è il regno dei cieli”, non “sarà”, le beatitudini non sono un messaggio escatologico. Il verbo scelto non è a caso, la forma scelta da Matteo è importante, ora, non nel futuro che verrà, non c’è un’utopia nelle beatitudine. Le beatitudini non sono rivolte al futuro ma lo sono al presente.

Di essi è il regno dei cieli (la risposta), Matteo cambia regno di Dio in regno dei cieli ma per dire la stessa realtà, era meglio non nominare Dio. Sia Matteo che Luca rendono i poveri destinatari di questo regno. Il regno dei cieli è ciò che gli uomini devono cercare più di tutto, chi non ha possesso diviene possessore del bene maggiore. Altra differenza tra Matteo e Luca, Matteo parla in generale dei poveri, Luca personalizza con un’interpellante seconda plurale, beati i poveri perché vostro è il regno dei cieli, le beatitudini sono indirizzate direttamente alle persone che ha davanti, Gesù realmente ha esortato i poveri a non perdere la propria fiducia nel Signore, a proseguire nonostante l’indigenza in cui si trovano.

Seconda Beatitudine Mt 5,4beati gli afflitti perché saranno consolati”, importante sottolineare un dato, Matteo aggiunge una beatitudine assente in Luca, perché questa beatitudine è riportata solo da Matteo e non da Luca? Chi sono questi afflitti? E qual è il senso di “saranno consolati”? Per Matteo le beatitudini più importanti sono la prima e l’ultima, ma è importante evidenziare il rapporto tra la prima e la seconda, non ci troviamo di fronte a una categoria diversa, ci troviamo di fronte alla stessa categoria ulteriormente specificata.

Ecco perché Matteo preferisce abbondare nelle beatitudini, perché intende specificare, la sua prospettiva è specificare il rapporto tra i poveri e il regno, Matteo questa volta non ci dice sono consolati, ma “saranno consolati”. Questo futuro non indica omissione dell’attenzione al presente, se la seconda beatitudine riprende la prima, vuol dire che questa prossimità opera nel presente, giungerà a compimento nella fine della vita ma giungerà oggi, è aperta al domani ma non esclude il presente. Il verbo è molto importante parakalein, questo verbo è molto importante in Isaia, e in Paolo soprattutto nella 2 Cor. Matteo cosa intende con questo termine? Il verbo ha una ricchezza di significati che è bene non omettere:

·         Certamente consolare, il significato più diffuso

·         Confortare

·         Rafforzare

·         Esortare

Saranno consolati quindi non vuol dire solo trovare una persona tramite cui saranno consolati, ma soprattutto andare avanti, non lasciarsi sconfiggere dall’afflizione, non si tratta di un verbo con valore passivo ma ancora una volta con un valore attivo. L’orizzonte è esortativo, non soltanto indicativo, da questo versante le beatitudini dicono istanza etica, non soltanto prossimità.

Ultimo aspetto il soggetto che qui è rivelativo, il soggetto sottinteso di colui che consola, e per questo non è specificato, è un passivo divino, Dio stesso che attraverso la sua prossimità è colui che conforta, che consola, che esorta, il passivo non è cristologico, o meglio è teologico attraverso Cristo, è Dio stesso che consola per mezzo di Cristo, si tratta di un passivo divino, non umano. I poveri sanno di non doversi attendere nulla dagli altri ma tutto da Dio e da Cristo.

Terza beatitudinebeati i miti perché diventano possessori della terra”, anche qui Mt 5,5 è solo suo, la terza beatitudine non è presente in Luca, ma solo in Matteo, perché di nuovo una beatitudine aggiuntiva? I miti non sono diversi dagli afflitti e non sono diversi dai poveri ma sono una specificazione della povertà a cui allude Matteo, cosa intende Matteo con il termine “miti”? Gesù si presenta come mite e umile di cuore, si tratta non di una virtù passiva, ma attiva, che sta ad indicare non la scelta della violenza, ma la scelta attiva per il regno senza cadere nella violenza, Gesù è il mite che entra a Gerusalemme con un asino, non su un cavallo, che è forza, sinonimo di guerra, entra su un asino, questa è la prospettiva che Matteo dà alla beatitudine, che entra a Gerusalemme, ma siccome è umile entra con un asino, mitezza qui è sinonimo di umiltà. Che questa beatitudine ci dica non qualcosa di diverso dalla prima lo possiamo dire perché il bene promesso è analogo a quello degli altri, c’è qualcosa di eredità che viene consegnato a queste persone che non sono quindi diversi da coloro che sono poveri e possessori del regno, un bene concreto donato da Dio. I miti divengono processori attraverso una scelta di non violenza del regno.

Quarta Beatitudine

Mt 5,6 “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, poiché essi saranno saziati

Lc 6,21 “Beati quelli che adesso hanno fame, poiché sarete saziati

 

Per Luca sono solamente affamati, per Matteo anche assetati e di giustizia. Il termine più importante è quello della giustizia, che è il più importante di tutto il discorso della montagna. Per Matteo giustizia indica la volontà di Dio, il cercare la volontà di Dio nella propria esistenza è ciò che caratterizza l’affamato e il dissetato. Non è un caso che anche l’ottava beatitudine parlerà della giustizia, questo ci fa comprendere come è importante il termine nella prospettiva matteana. Matteo per questo non parla solo di affamati, ma di affamati e di assetati di giustizia, è una giustizia diversa rispetto a quella prospettata da un certo fariseismo, il cuore della polemica farisaica è la giustizia, intesa come espressione di ciò che già si trova nella legge, la giustizia è la via della legge, ma si tratta di una giustizia esteriore, non perché ostentata, ma perché considerata già acquisita, quando si è nella condizione di credere di possedere la volontà di Dio. Matteo ci dice con questa beatitudine che non è acquisita, va desiderata, cercata. Qui la giustizia non è identificata con la legge, ma con ciò che passa anche attraverso la legge, che è la ricerca della volontà di Dio, per questo il detto più importante lo ritroveremo al capitolo 6, prima di tutto la volontà di Dio, il resto è conseguenza. Matteo scardina questa concezione che seguire la legge vuol dire avere giustizia, le cose non conseguono, non è la stessa cosa, Matteo libera da una farisaica interpretazione della giustizia. Poveri, afflitti, miti e affamati e assetati della giustizia per Matteo fanno parte della stessa categoria, si sta parlando sempre dei poveri, che nello stesso tempo sono afflitti, miti e alla ricerca della giustizia.

Quinta beatitudine Mt 5,7beati i misericordiosi perché riceveranno misericordia”, qui cambia l’orizzonte, i misericordiosi, misericordia non naturalmente nei confronti di Dio, le prime quattro beatitudini parlano del rapporto con Dio, ora no, ora si parla del rapporto interpersonale. La beatitudine è  nuovamente esclusiva di Matteo. Al capitolo 6 Matteo darà importanza a una materia di misericordia, l’elemosina. Parla di coloro che mostrano longanimità o perdono nei confronti del prossimo è la possibilità a perdonare. È il perdono nei confronti del prossimo a ricevere misericordia nei confronti di Dio? Riceveranno misericordia significa che Dio li perdonerà, in realtà va letta nella prospettiva di Mt 18,32, la parabola del condono, o tradotta male del servo spietato. La riconciliazione di Dio anticipa qualsiasi riconciliazione umana. In termini generali la misericordia di Dio precede qualsiasi misericordia umana. Ma qui Matteo sottolinea un altro aspetto che nella prospettiva del giudizio la misericordia umana è fondamentale, nella prospettiva del Padre Nostro il perdono dell’altro diventa fondamentale. Qui la prospettiva è escatologica, nel presente Matteo sottolinea che al credente è chiesto di perdonare sempre perché gli è stato perdonato e perché riceverà da Dio misericordia, importante Mt 18,33, espressione più visibile del cuore misericordioso è la condivisione della carità, è rivista nell’espressione di un cuore misericordioso, non ha senso un elemosina fatta con giudizio o con condanna, ma un’elemosina che esprime un cuore capace di persone, per questo la misericordia del cuore indica un’elemosina nel segreto. Matteo ci dice in maniera concreta come si esercita la misericordia, non è affatto spirituale.

Sesta beatitudinebeati i puri di cuore perché vedranno DioMt 5,8. C’è una violazione del principio matteano più elementare, qui si pronuncia il nome di Dio, una violazione positiva, voluta, perché rapportata alla condizione di chi è puro che potrà vedere Dio. Che cosa intende Matteo con il termine “puri di cuore”? è bene intenderlo nella prospettiva originale che è quella cultuale, nel culto si distingue ciò che è puro da ciò che è impuro, secondo una casistica tipicamente religiosa puro è ciò che non è contaminato, puro non è la carne di maiale, non è l’incirconciso o chi non osserva il Sabato. Qui non c’entra la purezza dell’anima innocente, c’entra una purezza di carattere cultuale che osserva le norme cultuali.

Matteo proprio questo contesta: il puro non determinato dalla legge, il puro è determinato dal cuore, essere puri significa per Matteo appartenere a Gesù Cristo, il puro è colui che sa di appartenere al Signore. In pratica Matteo ci sta parlando della circoncisione del cuore diffusa nell’AT, insieme alle altre regole, ma ciò che più conta è l’appartenenza al Signore, si è puri per questo, il resto è una conseguenza.

Settima beatitudine Mt 5,9beati gli operatori di pace perché saranno chiamati Figli di Dio”, facitore di pace, più che operatore, non soltanto coloro che dicono “pace pace” ma coloro che operano per la pace, anche in questa beatitudine l’orizzonte non è di chi subisce non è il pacifico, ma il pacificatore, colui che si adopera per la pace. Il primo operatore di pace è Gesù Cristo, nel contesto della comunità matteana questa beatitudine è molto importante, perché la comunità di Matteo è non accolta della sinagoga, la risposta è “non andare in guerra” ma affrontare operando la pace, non si identifica con la non violenza, ma dice la capacità di operare per la pace.

Ottava beatitudine Mt 5,10 “Beati i perseguitati a causa della giustizia, poiché di essi è il regno dei cieli” ancora una volta solo Matteo, qui ci esprime l’attenzione con il regno dei cieli, legandola quindi alla prima beatitudine i perseguitati in nome della giustizia “perché di essi è il regno dei cieli”. Il regno dei cieli torna alla fine delle beatitudini che dicono presenza del regno dei cieli, torna addirittura il presente, perché di essi è, quindi ora, il regno dei cieli. Matteo non si ferma a dire di cercare la volontà di Dio, ma vuole dirci anche che quando si opera per la giustizia la persecuzione è da tenere in conto, quando si opera nella ricerca della volontà di Dio è naturale il conflitto, fanno parte della condizione della giustizia, perseguitati non a causa della giustizia sociale, ma per quella identificata con la volontà di Dio.

In Luca c'è un ultima beatitudine, anche Luca quindi fa un operazione redazionale delle beatitudini. Anche Luca sottolinea un aspetto redazionale delle beatitudini, ed è del contrasto tra pianto e gioia, la tematica della gioia è diffusissima in Luca, la tematica della gioia è particolarmente segnalata. Luca 6,21 bbeati quelli che adesso piangono poiché riderete”da una parte sottolinea il futuro dalla gioia, dall'altra il presente.

 

Conclusioni sulle beatitudini

 

  1. Le beatitudini hanno una prospettiva sapienziale ed escatologica, sia in Matteo che in Luca abbiamo posto in evidenza questo. C'è un'accentuazione sul futuro in Matteo, certo perchè ci dice qualcosa sull'oggi.
  2. Il messaggio delle beatitudini è un messaggio di esortazione a proseguire, non ci dicono una passività, ma ci dicono tutt'altro che in una condizione di cattività si deve andare avanti, si deve proseguire. La persecuzione è il luogo della prova, se abbandonare la sequela o proseguire.

            Questo ci fa cogliere come le beatitudini hanno un timbro diverso in Matteo e Luca sono diverse le prospettive di Matteo e Luca.

  1. È sbagliato ritenere che Matteo ha spiritualizzato le beatitudini lucane, quando parla dei poveri di spirito, Matteo segnala non per dire che la vera povertà è quella spirituale, non è un messaggio morale, è chiaro che Luca si riferisce ai poveri come tali, ma certo anche per Luca è chi si trova in tale stato a causa della sequela di Cristo
  2. Matteo ci dice la chiesa perseguitata cosa deve fare, per questo l'ultima beatitudine di Matteo dà una rilettura nuova a tutte le beatiudini, si comprende allora perchè colloca le beatitudini all'inizio di tutta la vita pubblica di Gesù, rappresentano il programma cristologico del vangelo di Matteo, soprattutto sotto due sottolineature: quella ecclesologica cristologica e quella della giustizia. Questo ci fa cogliere come Matteo ha operato una revisione delle beatitudini. Gesù ha detto le beatitudini, ma Matteo e Luca le hanno rilette in base alle loro comunità, incoraggiamento per Matteo, sequela per Luca.
 

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